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mercoledì 3 febbraio 2016

Riforme.....una parola che non assume nessun significato politico

Prima che fosse eletto per la seconda volta consecutiva Giorgio Napolitano Presidente della Repubblica italiana noi italiani attendevamo dalla politica una nuova legge elettorale che ponesse rimedio etico e morale allo scempio operato con il 'porcello'.

Il parallelo ieri-oggi fulmineo ed ironico ci consegna da un Mr B. ad un sosia di Mr Bean, ma la faccenda è ben più complessa e per niente allegra.


Sicuri che una caduta eclatante di Berlusconi avrebbe avviato una fase tendente a maggiore stabilità politica, magari lenta ma certamente progressiva, avevamo assistito di buon grado alle decisioni della politica e del Quirinale di scegliere prima un nome autorevole e distante dai condizionamenti di un certo entourage politico particolarmente difficile da allontanare.

Ci dicevano 'Monti è un uomo saggio sicuramente farà meglio'
Giorgio Napolitano per presentarlo bene alla nazione lo aveva insignito, qualche giorno prima di affidargli l'incarico di mandato esplorativo per la formazione del nuovo governo, del titolo di senatore a vita "per renderlo libero ed autonomo nelle decisioni che avrebbe dovuto adottare da futuro presidente del consiglio dei ministri", almeno così tentavano di rassicurarci dalle istituzioni, ma anche probabilmente per renderlo non ricattabile dalla politica istituzionale.


Come mai noi italiani eravamo giunti a convincerci che servisse una nuova legge elettorale?
Semplice, perché quella in vigore contiene una serie di elementi deleteri per la democrazia e per alcuni principi cardine della Costituzione.

Inoltre la legge in vigore allontana dagli elettori la facoltà di decidere i propri candidati preferiti.

La stessa legge premia i gruppi di forze politiche che si 'associano' tra di loro per partecipare alla competizione elettorale, aggiungendo un ulteriore elemento di disparità 'legalizzata' per i raggruppamenti a danno di eventuali singole forze politiche relativamente forti.

Insomma, 
agli italiani serve una nuova legge elettorale perché hanno sostanzialmente perso il libero esercizio della 'sovranità' nazionale.

L'ostacolo grosso a questa necessità di cambiamento funzionale dello stato è proprio il corpo politico nel suo complesso (uomini e partiti, apparati parapartitici, istituzioni, enti intermedi ed enti periferici) che è stato capace di sfruttare questo esagerato fenomeno di frammentazione elettorale attraverso al formula della 'governabilità', cioè hanno individuato un complesso di regole che apparentemente devono servire per aggregare più soggetti politici al fine di rappresentare tutti insieme una forza maggioritaria in grado di sostenere le decisioni di un governo.
In realtà si tratta di una facciata di comodo, perché la governabilità non è assicurata anzi si continua a fare ampio uso di fiducie e di rimpasti perché anche all'interno delle coalizioni non si riesce ad avere una linea di azione comune condivisa.

Se a questa instabilità politica tra forze si aggiunge anche l'incertezza assoluta derivante dall'esito elettorale, in continua tendenza dissenziente verso la politica da parte degli elettori se non addirittura non è esagerato sostenere che gli italiani sempre in maggior numero non votano.

Su quest'altro fronte, nei momenti di più basso consenso, la politica ha preferito spartirsi fette di parlamento e di governo assumendo per valido il risultato parziale tenendo in considerazione solo la quota di espressione di voto e non mettendo in rapporto fra loro l'intero bacino di aventi diritto e quanti effettivamente esprimevano una preferenza.

Questo confronto di dati se osservato storicamente ci indica una forte tendenza di disaffezione degli italiani verso la politica in generale, ci dice che crescono coloro che non votano o che consegnano la scheda senza esprimersi e coloro che per protesta o per non avere trovato nelle liste un candidato meritevole non solo non sceglie ma annulla la scheda elettorale.

Si è arrivati nel tempo all'allarmante (per i politici) divario a vantaggio di chi non segue e non partecipa più alle scelte politiche, avevano (i politici) la necessità di mascherare questo enorme insuccesso ed hanno deciso tutti insieme di rimediare mascherando i risultati, leggendoli a convenienza, dando risalto solo agli aspetti positivi che si potevano estrarre.

Ci ricordiamo tutti le fanfare che cantavano vittoria all'indomani di ogni competizione elettorale, pareva che prima tutti aspirassero a vincere e dopo vincessero proprio tutti nessuno si proclamava sconfitto.

Ma gli italiani non sono un popolo reazionario, posseggono un'indole reattiva davvero blanda.

Preferiscono disinteressarsi della crisi etica che ormai sommerge tutto l'ambito politico-istituzionale.

Così la Costituzione italiana finisce in soffitta ed al suo posto si instaura un regime di libertinaggio senza confini, una specie di anarchia istituzionalizzata e addirittura anche le regole già acquisite incominciano ad essere depotenziate dalla politica insofferente all'ordine.

Veniamo così ad incontrare la parola 'riforme', ma in questo momento assume un'accezione negativa perché è sinonimo di aggiustamento delle regole alle volontà di alcuni più influenti.
Ma si sa bene, specie chi ha studiato il diritto, che una regola è buona se tiene conto di tutte le esigenze in maniera più ampia possibile, anzi più è ampia più è una buona regola, al contrario più restringe il suo raggio di azione a pochi o pochissimi casi peggiore è la norma.

Eppure è quest'ultimo il caso italiano contingente.

Ma riformare la legge elettorale forse non basta, a distanza di otto anni dall'entrata in vigore la Corte Costituzionale (organo preposto al controllo della costituzionalità delle leggi) sentenzia che la legge elettorale Calderoli non è costituzionalmente valida almeno sotto tre aspetti fondamentali che vanno assolutamente rimossi, ribadisce che è il Parlamento l'organo preposto a scrivere le leggi stabilendo così dei punti fermi su cui invita la politica a porre rimedio.

Qualche interessato politico si affretta a sostenere che la Corte ha riconosciuto al Parlamento che è l'Istituto preposto a legiferare dunque il Parlamento è nella sua pienezza delle facoltà istituzionali e può proseguire il proprio lavoro, ma è una mistificazione o un'errata (ed interessata) interpretazione della sentenza.

Prima dell'elezione di Monti a presidente del consiglio siamo entrati nel semestre bianco, gli ultimi sei mesi di reggenza del presidente della repubblica, ma le istituzioni invece di occuparsi di avviare le operazioni per eleggere il nuovo presidente della repubblica si preoccupano di indire nuove elezioni, che evidenzieranno di nuovo la massima frammentazione.


Tutto si compie nei tempi ristretti di poche settimane, elezioni politiche nuovo parlamento elezione del presidente della repubblica e poi mandati esplorativi per formare il nuovo governo possibile, ma dopo la travagliata elezione del capo dello stato anche i primi mandati esplorativi cadono nel vuoto.

Arriva la decisione del capo dello stato, Monti è l'uomo giusto.

Monti non ha ricevuto un mandato attraverso una consultazione elettorale, è il presidente della repubblica ad individuarlo ed investirlo come prevede la Costituzione.

Monti prepara il suo governo promette 'riforme' in tempi brevi, ma quelle che riesce a portare a compimento sono un vero disastro che ben presto lo costringerà a dimettersi, anzi ad andare via senza dimettersi....primo caso fuori dai canoni istituzionali .....ma del resto era nato da un parlamento e un presidente della repubblica anche loro di formazione irregolare

Monti il presidente del consiglio se ne va senza che ricevesse la sfiducia.

Dopo Monti Napolitano chiama Bersani, avvia le sue lunghe consultazioni ma non riesce a formare un governo autorevole in grado di promuovere le sue proposte, è costretto a rinunciare al mandato.

Napolitano convoca Enrico Letta il quale un po troppo gasato per essere stato preferito ad altri più 'maturi' assume precocemente l'aria del primo della classe, distribuendo bacchettate, forse troppe, non si rende conto che proprio dietro le sue spalle nel proprio partito gli avevano già preparato la secessione interna.

Infatti a Firenze un giovanotto furbetto e carico di ilarità barzellette e un po' di cafoneria mette su una combriccola di ragazzacci pronti a mettere in atto la bravata, vanno dicendo che vogliono 'rottamare' tutto il vecchiume che è dentro i partiti, allestiscono uno spettacolino in un luogo denominato 'Leopolda' luogo emblematico, sia come nome di persona davvero ilare, sia come luogo fisico: è una vecchia stazione ferroviaria in disuso, treni che partono e che arrivano non ce ne sono più le metafore potrebbero sprecarsi.

Questo emulo di Renzo Montagnani protagonista dei mitici 'Amici miei' monicelliani un po Mr Bean un po conte Mascetti dimostra in pochissimo tempo di essere perfettamente in grado di at
tuare la 'supercazzola' a tutti gli italiani e poi di ripetersi appena giunto al governo, si al governo avete letto bene, perché noi italiani diamo fiducia ai Mr Bean che sanno fare bene la 'supercazzola'. Pardòn, non noi italiani, un solo Napolitano.

E lui non si chiama di nome Renzo come Montagnani, ma Renzi di cognome, di nome fa Matteo e mai nome fu più azzeccato (nome omen, nomina sunt omina
).

In realtà questo altro presidente del consiglio è un magnifico affabulatore, uno che riesce nelle sue opere solo se corre, solo cioè se non si sofferma ad analizzare cosa sta facendo, proprio perché se ci si ferma ad analizzare la sua supercazzola si capisce che non c'è sostanza a sorreggere l'operazione:

Perciò lui deve correre, in pochissimi mesi passa dai panni di rottamatore dissidente interno al suo (?) partito ai panni di costitutore di un similmovimento reazionario, si candida a segretario di partito gira l'italia ma non viene eletto;

non è questa l'elezione che conta perché per gli equilibri di partito e di governo chi era eletto con questa competizione sarebbe durato pochi mesi, mossa che torna utile al nostro cavaliero indomito.
Finge di accettare il risultato ed aspetta, pochi mesi dopo si riapre la corsa per le primarie interne si ricandida e questa volta ce la fa, appena eletto inizia a scalpitare in segreteria in poco tempo cambia tutta la segreteria e prende tempo ma sembra più una prova generale da premier che non da segretario di partito infatti inizia subito a lavorare per sostituire il presidente del consiglio in carica che in quel momento è Enrico Letta, intanto allestisce il suo personale cerchio magico che poi dalla segreteria di partito travaserà integralmente al consiglio dei ministri.

Una sintesi resta la migliore descrizione, l'essenza di quei giorni.

Mentre Letta monita verso Renzi 'non si diventa segretario di partito per aspettarsi automaticamente di diventare presidente del consiglio' Renzi risponde a Letta 'stai sereno' in ventiquattro ore Letta si dimette (anche lui senza essere stato sfiduciato) e Renzi viene scelto da Napolitano per il mandato esplorativo per la formazione del nuovo governo.

Evidente che lo 'stai sereno' di Renzi è stato mal interpretato da tutti noi, lui esplicitamente dichiarava semplicemente con quelle due parole che aveva già allestito tutto per sostituirlo, siamo noi che non lo abbiamo capito, lui era chiarissimo.
Così come non abbiamo colto subito quanto incauto fosse stato Letta ad immaginare e dichiarare che la segreteria di partito non porta automaticamente alla presidenza del consiglio.

E' evidente che era in atto una lotta dentro il PD di cui non era dato sapere non solo agli italiani ma neanche agli iscritti del PD.
Infatti Renzi è sospinto con determinazione verso l'alto istituzionale ma non sembra che la sospinta arrivi dal dentro il PD infatti nascono immediatamente correnti dissenzienti.

Forse i tempi cronologici degli avvenimenti non sono proprio questi, forse Letta apparentemente è andato via senza un passaggio formale ed umiliante di sfiducia in aula, perché sapeva che doveva lasciare il posto a Renzi; forse Giorgio Napolitano è il vero regista, è il maggiore sponsor di Renzi e gli spiana la strada sia nel partito sia a palazzo Chigi ed a Montecitorio.


Tutti e tre questi ultimi governi si caratterizzano per non essere stati scelti dagli italiani ma dalle istituzioni non nel senso del consenso popolare per governare ma la scelta del presidente va a pescare anche in forze politiche non proprio maggioranza assoluta nel paese in quel momento, una piccola forzatura diciamo così, cioè sono governi scelti dall'apparato istituzionale, il carattere di equilibrio scricchiola.

Parrebbe dunque che l'Italia si è trasformata in poco tempo da Repubblica democratica e stato di diritto in una repubblica presidenziale costituzionale solo nelle formalità e neanche compiutamente.

Ci troviamo in una anomalia istituzionale e di diritto, la sovranità è stata sospesa ma non è stata notificata la sospensione ai titolari del diritto. Chi ha agito la sospensione non ne aveva la pienezza del diritto e la legittimazione istituzionale.

Dall'altra parte il sovrano, il popolo, gli italiani, non hanno in mano alcun strumento per esercitare la titolarità riconosciuta e farla rispettare ai ruoli istituzionali di vertice compreso il Presidente della Repubblica.

Questo aspetto evidenzia che nella Costituzione si afferma una parziale verità, l'esercizio del voto il popolo sovrano dovrebbe essere libero di esercitarlo senza difformità reali rispetto a quello che stabilisce la Costitizione, specie stante una situazione di inconcludenza della politica (nostri fiduciati).

Il dilemma epico è: come agire?

Attraverso quali istituti si può garantire il ritorno all'ordine alla democrazia all'equità?

Credo che i politici e la politica siano i soggetti meno capaci di suggerire la strada da seguire perché sono loro con la loro incapacità di visioni ad averci condotti in questo ingarbugliato stato di immobilismo. Serve una fase ricostituente in cui i meccanismi che mettono in crisi il libero esercizio democratico e forme di equità vadano riportate alla corretta funzionalità costituzionale.


Non è assolutamente facile e tranquillamente percorribile perché contemporaneamente lo stato ha necessità di proseguire il suo funzionamento nella piena legittimità statale e di rappresentanza di unità territoriale anche verso i rapporti con altre nazioni.

Ma qualche azione va avviata per correggere il funzionamento.

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