Tante le vicende susseguitesi nello spazio di un anno.
Le più rilevanti il 40% (insperato) delle preferenze ottenute alle elezioni europee dal PD di Renzi utile al premier per specularci a livello nazionale.
Il clamoroso annuncio quasi a fine anno di Giorgio Napolitano di avere intenzione di dimettersi dalla carica di Presidente della Repubblica ma senza fissare una data certa.
In mezzo una serie di vicende squallide che squalificano senza appello la classe politica italiana.
Ruberie di bassa lega o di basso PdL o di basso PD.
Non si salva nessuno.
Tutte le grandi opere portano in se tracce se non veri e propri sistemi corruttivi o concussivi, è dalla notte delle tangenti che siamo ormai certi che nei decreti grandi opere sono previsti ampi territori adibiti alle foraggerie criminali; in pratica in Italia lo Stato prevede di finanziare principalmente il sistema criminale con risorse pubbliche (criminalità organizzata e politica organizzata) e non troviamo neanche in seconda posizione il bene comune, cioè l'utilità civile e sociale delle opere stesse perché vengono realizzate male, quando vengono realizzate, e non saranno assolutamente gestite. Mentre l'enorme flusso di denaro pubblico è sempre certo che finirà (si sa già dall'inizio, in fase previsionale, molto prima della spesa) nelle tasche degli attori del malaffare.
Le conferme provengono da più fronti sia che a cercare i dati sia una testata giornalistica una trasmissione televisiva d'inchiesta o approfondimenti giudiziari scaturiti da frizioni tra gruppi in ballo per spartirsi i proventi pubblici illecitamente.
Alla fine il progetto MOSE, EXPO 2015 (che dovrebbe inaugurarsi a maggio prossimo (2015)), ma non solo queste grandi opere come la quasi ormai dimenticata TAV, ma anche per cause naturali si evidenziano indirettamente le corruttele, il caso delle alluvioni autunnali ad esempio in Ligura Toscana Emilia Veneto Lazio, per finire in questi giorni al colpo di genio del solito Pignatone oggi procuratore a Roma con la sua ultima indagine Mafia Capitale che porta alla luce una situazione suggestiva attiva a Roma nell'era in cui Alemanno era sindaco ma che risale anche ai tempi precedenti la sindacatura Alemanno, una commistione di malaffare che investe Alemanno come apice politico di livello nazionale e arriva a coinvolgere in basso soggetti più infimi fino a tutta un'ala borderline tra destra fascista e criminali ex banda della magliana, testaccini, e sopratutto quello che non si dice coperture di buon livello anche dei apparati dei servizi e comunque un ambiente trasversale che ingloba gente del Pd e di altre formazioni politiche. Un gruppo del malaffare che ha messo in ginocchio la capitale economicamente.
Roma come metafora dell'intera Italia.
Su scala nazionale la politica italiana ha agito allo stesso modo assorbendo tutta la finanza pubblica e drenando anche i fondi destinati al funzionamento ed alla civiltà sociale dei servizi finanche quelli di primaria importanza.
Oggi leggiamo sui quotidiani una imbarazzante situazione tutta italiana, Galan Giancarlo Galan ex Governatore del veneto ed oggi presidente di una commissione parlamentare, quella che si occupa della cultura, si trova alle ristrettezze domiciliari a causa del suo coinvolgimento nell'inchiesta condotta sulla gestione del progetto MOSE legato al controllo dell'alta marea nella laguna di Venezia, un progetto mostruoso i cui effetti forse negativi li vedremo a progetto terminato; é stato sospettato di avere intascato mazzette annuali di 1.000.000 di euro, lui non ha atteso di essere giudicato nei tempi processuali ma si è avvalso della possibilità di patteggiare la pena per usufruire degli sconti, ma dobbiamo soffermarci necessariamente al tecnicismo contenuto in questo passaggio, non di poco conto;
se si patteggia la pena è necessario ammettere la colpa prima, dunque Galan prima di patteggiare la pena ha ammesso di essere colpevole di quanto sospettato dal tribunale, per altro il Parlamento aveva autorizzato i magistrati a procedere contro Galan, dunque nessun ostacolo questa volta da parte della politica alla magistratura;
Fin qui sembra abbastanza consequenziale la vicenda, ma l'intoppo giunge quando l'apparato burocratico deve prendere atto della gravità dei fatti evidenziati ed ammessi; se Galan ammette di avere rubato, per un fatto etico prima ancora che ontologico o legale deve essere estromesso d'ufficio da ogni carica istituzionale pubblica, sarebbe addirittura auspicabile l'interdizione perpetua da qualsiasi tipo di gestione pubblica; invece i politici che dovrebbero fare funzionare in questo modo la burocrazia fingono di non averne i poteri o di non averne le prerogative istituzionali individuando in altri le funzioni adeguate per agire ma senza coinvolgere questi preposti.
E' la forma più grave di auto protezionismo che la politica attua con una sfacciata finta purezza, quando lo afferma lo fa con la faccia di chi sta dalla parte dei giusti fingendo di dare garanzia agli italiani onesti che li ascoltano di stare operando al meglio a tutela dei loro diritti.
Infatti i quotidiani riportano le stucchevoli dichiarazioni delle alte cariche dello stato che con pilatesche affermazioni credono di agire correttamente in effetti dimostrano solo una sostanziosa faccia di bronzo.
Galan agli arresti, urge una norma che stabilisca per tutti coloro che son in stato di detenzione la sospensione immediata da ogni incarico pubblico, specie se l'incarico comporta decisioni di gestione di natura economica attraverso distribuzione di risorse pubbliche.
In subordine i giudici devono stabilire sempre per norma che urge scriverla, in fase di condanna rapida o nel normale corso che l'interdizione perpetua è una misura obbligatoria nei casi di malaffare, appropriazione indebita, distrazione di fondi pubblici, concussione, favori economici a gruppi di affari che abbiano come scopo o come fonte di approvvigionamento denaro pubblico destinato apparentemente a realizzare servizi ed opere di utilità pubblica.
Comunque attendiamo fiduciosi, prima che finisca questo 2014, l'annuncio pubblico ufficiale del capo dello Stato delle sue imminenti dimissioni.
Attendiamo anche una maturità insperata della categoria politica, ma già questa è di più difficile concretizzazione, che non replichi lo schifoso teatrino già visto qualche mese fa quando seppe soltanto rieleggere Napolitano.
Urge un cambio di direzione netto e marcato, urge ritrovare la via della ricostruzione etica e sociale di questa Italia vittima di una guerra virtuale ma concretamente ridotta in macerie.
Sono in macerie l'economia, la produzione artigianale e industriale, il lavoro, il commercio, i servizi pubblici, la sanità pubblica, le istituzioni di prossimità quelle a più diretto intervento specifico sulle necessità concrete, addirittura a seguito di tutto questo disastro esteso anche l'esercizio sociale delle banche è in seria difficoltà.
Per contro le istituzioni e la politica non si preoccupano di trovare rimedi efficaci a questo cumulo di macerie degno dell'esito di un conflitto bellico, si preoccupano di barricarsi nelle istituzioni, modificando statuti e norme per eleggersi e rieleggersi tra di loro possibilmente senza più il consenso degli elettori; assistiamo così che invece di realizzare l'annunciata soppressione delle province, si agisce spostando il presidente della finta soppressa provincia a capo del consiglio regionale, il posto vacante della finta soppressa provincia siede il primo cittadino del capoluogo di provincia eletto per ricoprire questa carica da un ristretto gruppo composto da sindaci dei comuni della provincia senza i clamori della pubblicità mediatica senza manifesti elettorali o comizi senza l'occhio curioso dei cittadini sovrani, forse è un test per fare tastare il polso della sensibilità del popolo sovrano e la sua reazione all'usurpazione di sovranità, se non si osservano clamori e reazioni la politica può procedere senza indugio a sopprimere la sovranità degli italiani anche per la pratica elettorale del libero voto.
Avverrà probabilmente così anche con la finta soppressione del Senato nel quale una volta fintamente soppresso siederanno consiglieri regionali comunali provinciali e qualche politico ex senatore/ice e qualche ex parlamentare trombato in precedenza dagli italiani, insomma si va spediti verso una nuova forma monarchica, tramandata sempre il linea di sangue per lo più ma non per alto lignaggio aristocratico-religioso questa volta la monarchia sarà composta da legami di soldi ed interessi di malaffare diffuso, oltre che saccheggio e distruzione delle risorse naturali disponibili.
Insomma uno scenario politico pietoso e nauseabondo apocalittico che celebra lo stato avanzato di decomposizione del corpo politico istituzionale italiano e la definitiva uccisione della democrazia e della libertà.
Qualcuno semplificando dice: la democrazia è morta.
In effetti osservando questo scenario ci accorgiamo che la vera democrazia in realtà non è mai giunta ad essere pienamente compiuta, abbiamo creduto che lo fosse per quel tratto apparente in superficie che ci ha ingannati e persuasi che fosse democrazia, ma era un comodo compromesso a volte accettabile a volte dubbio.
Ogni tanto ci si chiede anche quando arriverà il momento di ribellarsi in qualche forma incisiva contro questo modo apparente di normalità che nasconde reali ingiustizie e disparità di dignità individuale contro ogni principio costituzionale.
Alcuni spiegano questa progressiva deriva di valori e di capacità come un piano di contrapposizione tra due fazioni in ambiente massonico internazionale, una specie di super regia occulta sovranazionale che decide ed agisce al di fuori da ogni convenzione e patto intergovernativo, a contrapporsi sarebbero due visioni opposte del mondo e del sistema organizzativo per gestirlo o dominarlo, alcuni scenari descritti ricomponendoli sotto questa speciale lente di osservazione in effetti acquistano una consistenza logica condivisibile.
Certo ad allargare troppo il campo di vedute su scenari troppo ampi porta in se un aumento di poca credibilità o dimostrazione autentica di quanto si afferma. Difficile riscontrare che quanto si cerca di legare con una logica empirica e poco dimostrabile possa in effetti non essere solo un elencazione di fatti già avvenuti magari realmente non legati tra loro che congiunti con spiegazioni suggestive assumono somiglianza a realtà.
E' un po la difficoltà che si ha a voler credere spesso alle rivelazioni di pentiti di mafia quando raccontano di intrecci tra criminalità e istituzioni o alte sfere della finanza, affreschi suggestivi apparentemente realistici ma che non hanno la sufficiente dose di autenticità e dimostrabilità senza alcun tema di smentita per assumere carattere di verità accertata.
il punto però resta sempre lo stesso: massoni, criminali, banchieri, finanzieri, lobbisti ecc per quanto tanti ed influenti o per l'alto tasso di azione o per l'alta capacità di influenza o di convincimento sono sempre in numero inferiore alla quantità numerica del popolo sovrano, dunque sarebbe il caso che il popolo sovrano riprendesse ad essere parte attiva in questa fase perché rischia di continuare a finanziare il suo stesso aguzzino.
Bisogna, anzi è assolutamente necessario che tutto il popolo sovrano agisca e si disponga in atteggiamento di preminenza sovrana, esautoriti la politica i partiti e i 'potentati' dall'assumere decisioni in suo nome senza informarli e stabilisca che nella libera e democratica Italia il popolo è sovrano e farà rispettare democraticamente il proprio diritto ad esercitare la sovranità, si troverà il modo di togliere a chiunque non voglia accettare questo esercizio di democrazia in perpetuo qualsiasi ulteriore possibilità di nascondere dietro l'esercizio del mandato fiduciario ricevuto dal popolo sovrano se questo non è stato espressamente deciso dal popolo sovrano e sancito con atti formali riconosciuto dal popolo sovrano.
Non so se sarà mai possibile
martedì 16 dicembre 2014
mercoledì 2 luglio 2014
Corte Costituzionale sentenza n° 1 anno 2014
Sentenza n° 1
2014
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Gaetano SILVESTRI; Giudici : Luigi MAZZELLA, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO,
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 4, comma 2, 59 e 83, comma 1, n. 5 e comma 2 del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), nel testo risultante dalla legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica); degli artt. 14, comma 1, e 17, commi 2 e 4, del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione del Senato della Repubblica), nel testo risultante dalla legge n. 270 del 2005, promosso dalla Corte di cassazione nel giudizio civile vertente tra Aldo Bozzi ed altri e la Presidenza del Consiglio dei ministri ed altro con ordinanza del 17 maggio 2013 iscritta al n. 144 del registro ordinanze 2013 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 25, prima serie speciale, dell’anno 2013.
Visto l’atto di costituzione di Aldo Bozzi ed altri;
udito nell’udienza pubblica del 3 dicembre 2013 il Giudice relatore Giuseppe Tesauro;
uditi gli avvocati Claudio Tani, Aldo Bozzi e Felice Carlo Besostri per Aldo Bozzi ed altri.
Ritenuto in fatto
1.– Con ordinanza del 17 maggio 2013, la Corte di cassazione ha sollevato questioni di legittimità costituzionale degli artt. 4, comma 2, 59 e 83, comma 1, n. 5, e comma 2, del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), nel testo in vigore con le modificazioni apportate dalla legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica), nonché degli artt. 14, comma 1, e 17, commi 2 e 4, del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione del Senato della Repubblica), nel testo in vigore con le modificazioni apportate dalla legge n. 270 del 2005, in riferimento agli artt. 3, 48, secondo comma, 49, 56, primo comma, 58, primo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, anche alla luce dell’art. 3, protocollo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 (di seguito, CEDU), ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952).
1.1.– Il rimettente premette di essere chiamato a pronunciarsi sul ricorso promosso nei confronti della sentenza della Corte d’appello di Milano, resa il 24 aprile 2012, con cui quest’ultima, confermando la sentenza di primo grado, aveva rigettato la domanda con la quale un cittadino elettore aveva chiesto che fosse accertato che il suo diritto di voto non aveva potuto e non può essere esercitato in coerenza con i principi costituzionali.
In particolare, la Corte di cassazione precisa che il suddetto cittadino elettore aveva convenuto in giudizio, dinanzi al Tribunale di Milano, la Presidenza del Consiglio dei ministri e il Ministero dell’interno, deducendo che nelle elezioni per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica svoltesi successivamente all’entrata in vigore della legge n. 270 del 2005 e, specificamente, in occasione delle elezioni del 2006 e del 2008, egli aveva potuto esercitare il diritto di voto secondo modalità configurate dalla predetta legge in senso contrario ai principi costituzionali del voto «personale ed eguale, libero e segreto» (art. 48, secondo comma, Cost.) ed «a suffragio universale e diretto» (artt. 56, primo comma e 58, primo comma, Cost.). Pertanto, chiedeva fosse dichiarato che il suo diritto di voto non aveva potuto e non può essere esercitato in modo libero e diretto, secondo le modalità previste e garantite dalla Costituzione e dal protocollo 1 della CEDU, e quindi chiedeva di ripristinarlo secondo modalità conformi alla legalità costituzionale. A tal fine eccepiva l’illegittimità costituzionale di svariate disposizioni delle leggi elettorali della Camera e del Senato. Il Tribunale di Milano, dinanzi al quale svolgevano interventi ad adiuvandum venticinque cittadini elettori, con sentenza del 18 aprile 2011, rigettava le eccezioni preliminari di inammissibilità per difetto di giurisdizione e insussistenza dell’interesse ad agire e, nel merito, respingeva le domande, giudicando manifestamente infondate le proposte eccezioni di illegittimità costituzionale. Avverso tale decisione veniva proposto appello che veniva, tuttavia, anche quanto alla fondatezza dell’eccezione di illegittimità costituzionale, respinto nel merito.
1.2.– In linea preliminare, la Corte di cassazione rileva, anzitutto, che sulla questione della sussistenza dell’interesse ad agire dei ricorrenti, ai sensi dell’art. 100 del codice di procedura civile, in specie sull’interesse dei predetti a proporre un’azione di accertamento della pienezza del proprio diritto di voto, quale diritto politico di rilevanza primaria, di cui sarebbe precluso l’esercizio in modo conforme alla Costituzione dalla legge n. 270 del 2005, si è formato il giudicato, considerato che i giudici di merito avevano respinto le relative eccezioni delle amministrazioni convenute in giudizio e che queste ultime non hanno proposto ricorso incidentale.
1.3.– Il rimettente afferma, inoltre, che anche sulla questione della giurisdizione si è formato il giudicato, non essendo stata più riproposta. Un’azione di accertamento di un diritto, d’altra parte, non avrebbe potuto che essere promossa dinanzi al giudice ordinario, giudice naturale dei diritti fondamentali, non interferendo in nessun modo con la giurisdizione riservata alle Camere, tramite le rispettive Giunte parlamentari (art. 66 Cost.), in tema di operazioni elettorali.
1.4.– Quanto, poi, alla rilevanza delle questioni di legittimità costituzionale proposte, la Corte di cassazione ne ravvisa la sussistenza sulla base della considerazione che l’accertamento della pienezza del diritto di voto non può avvenire se non all’esito del controllo di costituzionalità delle norme di cui alla legge n. 270 del 2005, da cui si ritiene derivi la lesione del predetto diritto.
1.5. – Ancora preliminarmente, il rimettente rileva, infine, che, nella specie, sussiste il necessario nesso di pregiudizialità delle questioni di legittimità costituzionale proposte rispetto al giudizio principale, posto che quest’ultimo deve essere definito con una sentenza che accerti la portata del diritto azionato e lo ripristini nella pienezza della sua espansione, anche se per il tramite della sentenza della Corte costituzionale. Il petitum del giudizio principale sarebbe, pertanto, separato e distinto rispetto a quello oggetto del giudizio di legittimità costituzionale. Peraltro, nei casi di leggi che, nel momento stesso in cui entrano in vigore, creano in maniera immediata restrizioni dei poteri o doveri in capo a determinati soggetti, i quali, pertanto, si trovano per ciò stesso già pregiudicati da esse, come nel caso in esame delle leggi elettorali, l’azione di accertamento rappresenterebbe l’unica strada percorribile per la tutela giurisdizionale di diritti fondamentali di cui, altrimenti, non sarebbe possibile una tutela efficace e diretta.
1.6.– Nel merito, la Corte di cassazione, in contrasto con quanto ritenuto dai giudici di merito, premette che l’assenza di una espressa base giuridica della materia elettorale nella Costituzione non autorizza a ritenere che la relativa disciplina non debba essere coerente con i conferenti principi sanciti dalla Costituzione ed in specie con il principio di eguaglianza inteso come principio di ragionevolezza, di cui all’art. 3 Cost., e con il vincolo del voto personale, eguale, libero e diretto (artt. 48, 56 e 58 Cost.), in linea, peraltro, con una consolidata tradizione costituzionale comune a molti Stati.
Né varrebbe ad escludere la possibilità di sollevare questioni di legittimità costituzionale delle leggi elettorali l’obiezione che, rientrando queste ultime nella categoria delle leggi costituzionalmente necessarie, non ne sarebbe possibile l’espunzione dall’ordinamento nemmeno in caso di illegittimità costituzionale, poiché, in tal modo, si finirebbe col tollerare la permanente vigenza di norme incostituzionali, di rilevanza essenziale per la vita democratica di un Paese. D’altra parte, la Corte di cassazione sottolinea che le questioni di legittimità costituzionale proposte non mirano «a far caducare l’intera legge n. 270/2005, né a sostituirla con un’altra eterogenea, impingendo nella discrezionalità del legislatore», ma solo a «ripristinare nella legge elettorale contenuti costituzionalmente obbligati, senza compromettere la permanente idoneità del sistema elettorale a garantire il rinnovo degli organi costituzionali». A tal proposito la Corte di cassazione sottolinea che «tale conclusione non è contraddetta né ostacolata dalla eventualità che si renda necessaria un’opera di mera cosmesi normativa e di ripulitura del testo per la presenza di frammenti normativi residui, che può essere realizzata dalla Corte costituzionale, avvalendosi dei suoi poteri (in specie di quelli di cui all’art. 27, ultima parte, della legge n. 87 del 1953) o dal legislatore in attuazione dei principi enunciati dalla stessa Corte».
1.7.– Tanto premesso, il rimettente censura anzitutto l’art. 83, comma 1, n. 5, e comma 2, del d.P.R. n. 361 del 1957, nella parte in cui prevede che l’Ufficio elettorale nazionale verifica «se la coalizione di liste o la singola lista che ha ottenuto il maggior numero di voti validi espressi abbia conseguito almeno 340 seggi» (comma 1, n. 5) e stabilisce che, in caso negativo, ad essa viene attribuito il numero di seggi necessario per raggiungere tale consistenza.
Tali disposizioni, non subordinando l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e, quindi, trasformando una maggioranza relativa di voti (potenzialmente anche molto modesta) in una maggioranza assoluta di seggi, determinerebbero irragionevolmente una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica.
Esse, inoltre, delineerebbero un meccanismo premiale manifestamente irragionevole, il quale, da un lato, incentivando il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio, si porrebbe in contraddizione con l’esigenza di assicurare la governabilità, stante la possibilità che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sciolga o uno o più partiti che ne facevano parte ne escano; dall’altro, provocherebbe una alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio sarebbe in grado di eleggere gli organi di garanzia che, tra l’altro, restano in carica per un tempo più lungo della legislatura.
La previsione dell’attribuzione del premio di maggioranza recata dalle predette disposizioni comprometterebbe poi l’eguaglianza del voto e cioè la «parità di condizione dei cittadini nel momento in cui il voto viene espresso», in violazione dell’art. 48, secondo comma, Cost., tenuto conto che la distorsione provocata dalla predetta attribuzione del premio costituirebbe non già un mero inconveniente di fatto, ma il risultato di un meccanismo irrazionale poiché normativamente programmato per tale esito.
1.8.– Analoghe censure sono, poi, rivolte all’art. 17, commi 2 e 4, del d.lgs. n. 533 del 1993, nella parte in cui prevede che l’Ufficio elettorale regionale verifica «se la coalizione di liste o la singola lista che ha ottenuto il maggior numero di voti validi espressi nell’àmbito della circoscrizione abbia conseguito almeno il 55 per cento dei seggi assegnati alla regione, con arrotondamento all’unità superiore» (comma 2) e che, in caso negativo, «l’ufficio elettorale regionale assegna alla coalizione di liste o alla singola lista che abbia ottenuto il maggior numero di voti un numero di seggi ulteriore necessario per raggiungere il 55 per cento dei seggi assegnati alla regione, con arrotondamento all’unità superiore» (comma 4).
Anche le predette disposizioni, infatti, nella parte in cui non subordinano l’attribuzione del premio di maggioranza su scala regionale al raggiungimento di una soglia minima di voti, sarebbero tali da determinare una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica.
Esse, inoltre, recherebbero un meccanismo intrinsecamente irrazionale, che di fatto finirebbe con contraddire lo scopo di assicurare la governabilità, in quanto, essendo il premio diverso per ogni Regione, il risultato sarebbe una sommatoria casuale dei premi regionali, che potrebbero finire per elidersi tra loro e addirittura rovesciare il risultato ottenuto dalle liste o coalizioni di liste su base nazionale, favorendo la formazione di maggioranze parlamentari non coincidenti, pur in presenza di una distribuzione del voto sostanzialmente omogenea tra i due rami del Parlamento, e compromettendo sia il funzionamento della forma di governo parlamentare, nella quale il Governo deve avere la fiducia delle due Camere (art. 94, primo comma, Cost.), sia l’esercizio della funzione legislativa, che l’art. 70 Cost. attribuisce alla Camera ed al Senato.
Un’ulteriore censura è, infine, prospettata con riferimento agli artt. 3 e 48, secondo comma, Cost., in quanto, posto che l’entità del premio, in favore della lista o coalizione che ha ottenuto più voti, varia da Regione a Regione ed è maggiore nelle Regioni più grandi e popolose, il peso del voto (che dovrebbe essere uguale e contare allo stesso modo ai fini della traduzione in seggi) sarebbe diverso a seconda della collocazione geografica dei cittadini elettori.
1.9.–Vengono, infine, censurati l’art. 4, comma 2, del d.P.R. n. 361 del 1957 e, in via consequenziale, l’art. 59, comma 1, del medesimo d.P.R., nonché l’art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 533 del 1993, nella parte in cui, rispettivamente, prevedono: l’art. 4, comma 2, del d.P.R. n. 361 del 1957, che «Ogni elettore dispone di un voto per la scelta della lista ai fini dell’attribuzione dei seggi in ragione proporzionale, da esprimere su un’unica scheda recante il contrassegno di ciascuna lista»; l’art. 59 del medesimo d.P.R. n. 361, che «Una scheda valida per la scelta della lista rappresenta un voto di lista»; nonché l’art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 533 del 1993, che «Il voto si esprime tracciando, con la matita, sulla scheda un solo segno, comunque apposto, sul rettangolo contenente il contrassegno della lista prescelta».
Tali disposizioni violerebbero gli artt. 56, primo comma, e 58, primo comma, Cost., che stabiliscono che il suffragio è «diretto» per l’elezione dei deputati e dei senatori; l’art. 48, secondo comma, Cost. che stabilisce che il voto è personale e libero; l’art. 117, primo comma, Cost. in relazione all’art. 3 del protocollo 1 della CEDU, che riconosce al popolo il diritto alla «scelta del corpo legislativo»; e l’art. 49 Cost. Esse, infatti, non consentendo all’elettore di esprimere alcuna preferenza, ma solo di scegliere una lista di partito, cui è rimessa la designazione dei candidati, renderebbero il voto sostanzialmente “indiretto”, posto che i partiti non possono sostituirsi al corpo elettorale e che l’art. 67 Cost. presuppone l’esistenza di un mandato conferito direttamente dagli elettori. Inoltre, sottraendo all’elettore la facoltà di scegliere l’eletto, farebbero sì che il voto non sia né libero, né personale.
2.– Nel giudizio innanzi alla Corte si sono costituiti i ricorrenti nel giudizio principale, i quali, nell’atto di costituzione e nella memoria depositata nell’imminenza dell’udienza pubblica, hanno chiesto che sia dichiarata l’illegittimità costituzionale delle norme censurate con l’ordinanza di rimessione; nonché che sia dichiarata l’illegittimità costituzionale, per relationem, anche dell’art. 83, commi 1, n. 3 e 6, del d.P.R. n. 361 del 1957 e dell’art. 16, comma 1, lettera b), n. 1 e n. 2, del d.lgs. n. 533 del 1993.
In particolare, con riguardo alle norme inerenti al premio di maggioranza, i ricorrenti ne sostengono l’irrazionalità, sulla scia di quanto già evidenziato dalla dottrina ed affermato dalla giurisprudenza costituzionale, in sede di sindacato di ammissibilità del referendum abrogativo (sentenze n. 15 e n. 16 del 2008 e n. 13 del 2012), proprio in relazione al fatto che le vigenti leggi elettorali attribuiscono un enorme premio di maggioranza alla lista che ha ottenuto anche un solo voto in più delle altre, senza prevedere il raggiungimento di una soglia minima di voti.
Quanto al voto di preferenza, i ricorrenti lamentano che l’esercizio di tale diritto sia stato illegittimamente soppresso dal legislatore del 2005, in contrasto con la Costituzione, che, all’art. 48, secondo comma, stabilisce che il voto è «personale ed eguale, libero e segreto» ed agli artt. 56, primo comma, e 58, primo comma, prevede che il voto deve avvenire «a suffragio universale e diretto», assicurando in tal modo che il voto sia espresso dalla persona che vota (elettorato attivo) e ricevuto direttamente dalla persona che si è candidata (elettorato passivo). Attribuendo rilevanza esclusiva all’ordine di inserimento dei candidati nella medesima lista, già deciso dagli organi di partito, ed eliminando ogni potere dell’elettore di incidere direttamente sulla composizione dell’Assemblea, la legge avrebbe trasformato le elezioni in un procedimento di mera ratifica dell’ordine di lista deciso dagli organi di partito, conferendo a costoro l’esclusivo potere non più di designazione di una serie di nomi da sottoporre singolarmente alla scelta diretta degli elettori, ma di nomina.
3.– All’udienza pubblica, le parti costituite nel giudizio hanno insistito per l’accoglimento delle conclusioni formulate nelle difese scritte.
Considerato in diritto
1.1.– In particolare, la Corte di cassazione censura, anzitutto, l’art. 83 del d.P.R. n. 361 del 1957, nella parte in cui dispone che l’Ufficio elettorale nazionale verifica «se la coalizione di liste o la singola lista che ha ottenuto il maggior numero di voti validi espressi abbia conseguito almeno 340 seggi» (comma 1, n. 5) e stabilisce che, in caso negativo, «ad essa viene ulteriormente attribuito il numero di seggi necessario per raggiungere tale consistenza» (comma 2).
Tali disposizioni violerebbero l’art. 3 Cost., congiuntamente agli artt. 1, secondo comma, e 67 Cost., in quanto, non subordinando l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e, quindi, trasformando una maggioranza relativa di voti, potenzialmente anche molto modesta, in una maggioranza assoluta di seggi, determinerebbero irragionevolmente una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica.
Esse, inoltre, avrebbero stabilito un meccanismo di attribuzione del premio manifestamente irragionevole, il quale, da un lato, sarebbe in contrasto con l’esigenza di assicurare la governabilità, in quanto incentiverebbe il raggiungimento di accordi tra le liste al solo fine di accedere al premio, senza scongiurare il rischio che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio possa sciogliersi, o uno o più partiti che ne facevano parte escano dalla stessa. (Se non addirittura che i singoli eletti possano uscire da un partito e formarne uno nuovo restando in Parlamento senza essere stato eletto sotto le nuove insegne di partito) Dall’altro, provocherebbe un’alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio sarebbe in grado di eleggere gli organi di garanzia che restano in carica per un tempo più lungo della legislatura.
lunedì 26 maggio 2014
26 febbraio 2014
Parte il I° governo Renzi, o III° governo Napolitano
Della partenza del primo governo Renzi si ricorderà il passaggio più importante, non il suo discorso, non i punti del suo programma di governo ma l'attimo in cui Enrico Letta va a salutare Pierluigi Bersani ritornato in aula dopo la convalescenza delle settimane precedenti.
Il gelo tra Letta e Renzi ma sopratutto il gelo tra Renzi e Bersani sono indice di un clima apparentemente interno al PD ma diffuso più ampiamente a tutto lo spettro compreso tra Montecitorio e Quirinale.
La prevaricazione a gamba tesa del Quirinale verso Montecitorio è chiara ormai da tempo ma Montecitorio non è vittima ma complice, perché permette per la propria incapacità oggettiva a governare al Quirinale di sostituirsi alla politica.
Il soccorso del Quirinale può essere tollerato sporadicamente in casi di assoluta emergenza, ma ora siamo al terzo intervento consecutivo e questo non sembra certo un momento di emergenza, o almeno non sembra giustificato definirlo di emergenza perché di governi ce ne sono stati quindi gli organi istituzionali atti a svolgere la funzione di governo non sono mancati.
Manca invece l'adeguatezza degli uomini politici alle attitudini gestionali necessarie per fare funzionare ogni settore operativo dello stato.
Il vizio nasce dalla selezione di questi uomini e dalle regole che disciplinano questa selezione.
Inoltre un elemento non trascurabile che si sostituisce spesso o sempre ai sani criteri di scelta è l'arricchimento personale dei singoli uomini politici.
Il vero scopo delle persone che mirano a diventare prima politici (meglio se parlamentari) poi magari ministri è di assicurarsi tutti i vantaggi economici diretti ed indiretti che derivano dalle cariche istituzionali e politiche.
La ricerca spasmodica della ricchezza materiale ha oscurato nell'operato dei politici il vero scopo per cui sono stati immaginati i partiti politici dopo la seconda guerra mondiale dagli uomini che hanno individuato nella forma della Repubblica Democratica il giusto compromesso per portare la nazione dalla rovina della guerra alla prosperità diffusa.
Da un'utopia imperialista inseguita dai signori della guerra si è passati ad un'altra utopia quella della conquista della democrazia nel senso italiano del termine.
I assaggi istituzionali per legittimare la democrazia furono compiuti e bene, ma solo inizialmente, dopo, con la creazione dei partiti politici e l'inseguimento delle ideologie si è continuato a coltivare modelli di contrapposizione ideologica che spesso però era uno scontrarsi allo stesso modo e le scelte di campo erano solo per simpatia ad uomini o a categorie di pensiero, tanto che anche dentro uno stesso partito nacquero correnti di pensiero autonome.
Ma mentre agli albori della repubblica democratica si affermava la diffusione del diritto di scelta per tutti, inizialmente riconosciuta solo ad una élite, dopo cinquant'anni si è giunti ad una fuga della politica dalla legittimazione di rappresentanza ottenuta con le preferenze degli elettori, il passaggio intermedio qualche decennio precedente era stato caratterizzato dalla massiccia disaffezione degli elettori alle attività della politica e si è concretizzata da un calo vertiginoso e costante del numero di elettori che esercitano il proprio diritto id scelta.
In sostanza la politica sta progressivamente allontanandosi dalla sua ragion d'essere iniziale, chi ha immaginato il sistema dei partiti politici ha pensato che questo soggetti dovessero in forma collettiva e rappresentativa di una più vasta comunità assolvere alla soluzione dei fabbisogni esistenziali degli italiani.
Ma nel tempo, complice la notevole facilità, la politica è diventata ingorda, di soldi e di opportunità che non attenevano all'etica alla moralità ed al mandato per cui era stata pensata.
Ovviamente tutto il tessuto produttivo economico e organizzativo è cresciuto con distorsioni anche normative per potere consentire queste disarmonie gestionali.
Renzi arriva oggi in uno scenario da campo post bellico, trova vaste aree devastate ed intere categorie di popolazione non più in grado di essere produttive in maniera autonoma.
Renzi trova oggi uno stato ingordo che succhia eccessivamente risorse economiche dalle famiglie e dalle categorie meno agiate, e lascia indisturbati tutti coloro che vivono agiatamente nelle categorie alte della società.
Renzi fino ad oggi ha fatto bei discorsi di parole, vedremo se queste parole erano solo l'annuncio di fatti conseguenti oppure se solo propaganda elettorale per preparare la sua futura candidatura nuovamente a presidente del consiglio.
Per diventare il presidente del governo Renzi II° però è obbligato a realizzare ciò che è in grado di realizzare, per gli italiani e non per la massoneria per suo padre per il padre di qualche sua ministra o per qualche cooperativa.
Renzi con il suo lesto colpo di mano si è aggiudicato tempo utile prima di arrivare alle prossime elezioni per farsi propaganda con le azioni che vorrà realizzare, questo è un enorme vantaggio rispetto a tutti gli altri aspiranti che non hanno avuto al stessa faccia tosta, non si stratta di ambizione Renzi ha messo i piedi in testa ai suoi capi partito e meraviglia ancora come tutta questa manovra sia stata possibile nel PD da dentro senza che abbia incontrato una seria opposizione, dunque il PD non ha alcun alibi valido, saranno ricordati come i fautori della loro disgrazia.
Certo Renzi si è appropriato con arroganza questo vantaggio, patrocinato dal Quirinale che ha avallato e appoggiato il pupillo.
Ma sul fronte Quirinale ci sarebbe molto da disquisire, a cominciare dallo stato di lucidità mentale di Giorgio Napolitano visto che ormai dopo il monito per potere uscire dall'anonimato ha scoperto una nuova forma di monarchia mascherata da democrazia parlamentare.
Napolitano ha capito che anche se non è il presidente del consiglio dei ministri (carica che non ha mani ricoperto formalmente in vita sua) può esserlo se la politica non è abbastanza forte ed organizzata.
Napolitano ha eletto gli ultimi tre governi, cioè con un solo voto favorevole quello di Napolitano ci siamo meritatati Monti Letta e Renzi.
La politica, preoccupatissima di perdere tutte le provvidenze monetarie si guarda bene da accusare Napolitano di eccesso di esercizio della funzione istituzionale, e si guarda bene da gridare alla crisi o di richiedere elezioni immediate, l'onda anomala agitata dal soffio di un Grillo ha preoccupato seriamente le istituzioni e non perché Grillo dice Vaffanculo o perché usa un linguaggio diretto che a volte sembra delirante ma perché attraverso Grillo si sono generate nuove forme di politica attiva che con poca organizzazione ma tanta volontà e tenacia riesce non ad intercettare soltanto il dissenso ma riesce attraverso un linguaggio universale a mettere in conversazione tutti gli italiani che poi votano e riescono in un sol colpo a portarlo al di sopra di tutti gli altri partiti politici tradizionali.
La politica partitica cristallizzata nelle istituzioni per ora si è difesa perché per ora hanno una legge che gli consente di proteggersi attraverso le convivenze di sussistenza forzate (le coalizioni) non avessero queste protezioni M5S sarebbe già da un anno il maggior partito politico italiano e forse avremmo in atto i primi segni di ripresa del Paese.
Gli ultimi due governi, creati da Napolitano, sono nati e morti per mano sua. Del governo Monti infatti non si è registrata una sfiducia con conseguente crisi di governo così come per Letta.
Eppure né Berlusconi né altri soggetti politici usi a urlare elezioni anticipate ad ogni starnuto oggi le chiedono.
Inoltre nessuno parla più di inciuci o di voltagabbana o di cambi di bandiera o casacca, eppure nel'ultimo governo Letta abbiamo assistito addirittura alla scissione dei due partiti (cosiddetti di maggioranza) che formavano il governo senza che nessuno, neanche Giorgio Napolitano sentisse la necessità di proclamare una crisi di governo e la convocazione di elezioni anticipate. Nessuno si scandalizza ma il voto degli italiani non è più rispettato, perché chi votò allora PD PdL o Scelta Civica oggi faticherebbe a trovare i nomi che votò allora su una ipotetica lista elettorale oggi.
PD si è scisso ha cambiato in maniera rocambolesca e forse tragicomica il segretario, il PdL non esiste più per volontà di Berlusconi che ha perso il controllo quando i suoi ministri non gli hanno più ubbidito ed è stato poi costretto a votare la fiducia a Letta contro la sua volontà, per ripicca a sciolto il partito.
Oggi questo PD Forza Italia nuova e Scelta Civica non sono quelli di due anni fa, Scelta Civica è un corpuscolo infinitesimale eppure sta al governo con ministri, nuova Forza Italia e Nuovo Centro Destra non si sono ancora mai presentati ad elezioni quindi formalmente non sono rappresentanti di nessuno, e Renzi non si è ancora mai candidato a elezioni capolista per proporsi come premier.
La politica di Giorgio Napolitano ha sovvertito tutte queste regole e qualcuno ancora vorrebbe sostenere che è tutto regolare.
E' evidente una crisi della politica ed una forte incertezza della politica di essere preferita dagli italiani ormai alla disperazione.
Ma se il punto debole sta nella selezione, atto iniziale di scelta delle persone più adeguate è da aggiungere che è di questi giorni, dopo un letargo di otto anni, il risveglio della Corte Costituzionale che esaminata la legge elettorale in vigore si è accorta che non rispetta alcuni principi fondamentali della Costituzione procedendo con la decadenza di quegli aspetti incostituzionali, esortando la politica a riscrivere quei pezzi di funzionamento della legge rispettando i criteri costituzionali.
La politica continua a fare finta di nulla, anzi, ha tentato in prima battuta di dire che la Corte si si è espressa ma il suo giudizio non è così importante poi all'uscita delle motivazioni hanno indietreggiato un po ma poi hanno scritto bozze di legge che riscrivono quei tratti cancellati dalla Corte allo stesso modo di come erano scritti prima della cancellazione.
E' evidente che la politica è in grave difficoltà, senza aiuti e stampelle non riesce a stare in piedi da sola, ma del resto non è una lacuna di questo ultimo periodo, ha incominciato a vacillare ai tempi delle inchieste sulle tangenti, questo dimostra che senza aiuti sostanziosi ancora da prima non era in grado di restare in piedi da sola.
Dunque se i padri costituenti avevano svolto un ottimo lavoro redigendo la Carta costituzionale, avrebbero dovuto compiere uno sforzo ulteriore per disciplinare bene i partiti e la politica.
E' questo che oggi manca all'Italia, una disciplina chiara e autorevole che sia rispettata da tutti, manca una scissione netta tra compiti che la politica deve assolvere e tornaconti economici, e manca un sistema sanzionatorio ferreo per chiunque utilizzi la politica per vantaggi personali di ogni tipo.
Oggi la politica è diventata una via privilegiata strettissima all'imbocco e poi sempre più ampia per i pochi fortunati che riescono a passare.
La politica non è più, o forse non lo è mai stata, il mezzo con cui ottenere efficienza e uguaglianza di dignità.
Il gelo tra Letta e Renzi ma sopratutto il gelo tra Renzi e Bersani sono indice di un clima apparentemente interno al PD ma diffuso più ampiamente a tutto lo spettro compreso tra Montecitorio e Quirinale.
La prevaricazione a gamba tesa del Quirinale verso Montecitorio è chiara ormai da tempo ma Montecitorio non è vittima ma complice, perché permette per la propria incapacità oggettiva a governare al Quirinale di sostituirsi alla politica.
Il soccorso del Quirinale può essere tollerato sporadicamente in casi di assoluta emergenza, ma ora siamo al terzo intervento consecutivo e questo non sembra certo un momento di emergenza, o almeno non sembra giustificato definirlo di emergenza perché di governi ce ne sono stati quindi gli organi istituzionali atti a svolgere la funzione di governo non sono mancati.
Manca invece l'adeguatezza degli uomini politici alle attitudini gestionali necessarie per fare funzionare ogni settore operativo dello stato.
Il vizio nasce dalla selezione di questi uomini e dalle regole che disciplinano questa selezione.
Inoltre un elemento non trascurabile che si sostituisce spesso o sempre ai sani criteri di scelta è l'arricchimento personale dei singoli uomini politici.
Il vero scopo delle persone che mirano a diventare prima politici (meglio se parlamentari) poi magari ministri è di assicurarsi tutti i vantaggi economici diretti ed indiretti che derivano dalle cariche istituzionali e politiche.
La ricerca spasmodica della ricchezza materiale ha oscurato nell'operato dei politici il vero scopo per cui sono stati immaginati i partiti politici dopo la seconda guerra mondiale dagli uomini che hanno individuato nella forma della Repubblica Democratica il giusto compromesso per portare la nazione dalla rovina della guerra alla prosperità diffusa.
Da un'utopia imperialista inseguita dai signori della guerra si è passati ad un'altra utopia quella della conquista della democrazia nel senso italiano del termine.
I assaggi istituzionali per legittimare la democrazia furono compiuti e bene, ma solo inizialmente, dopo, con la creazione dei partiti politici e l'inseguimento delle ideologie si è continuato a coltivare modelli di contrapposizione ideologica che spesso però era uno scontrarsi allo stesso modo e le scelte di campo erano solo per simpatia ad uomini o a categorie di pensiero, tanto che anche dentro uno stesso partito nacquero correnti di pensiero autonome.
Ma mentre agli albori della repubblica democratica si affermava la diffusione del diritto di scelta per tutti, inizialmente riconosciuta solo ad una élite, dopo cinquant'anni si è giunti ad una fuga della politica dalla legittimazione di rappresentanza ottenuta con le preferenze degli elettori, il passaggio intermedio qualche decennio precedente era stato caratterizzato dalla massiccia disaffezione degli elettori alle attività della politica e si è concretizzata da un calo vertiginoso e costante del numero di elettori che esercitano il proprio diritto id scelta.
In sostanza la politica sta progressivamente allontanandosi dalla sua ragion d'essere iniziale, chi ha immaginato il sistema dei partiti politici ha pensato che questo soggetti dovessero in forma collettiva e rappresentativa di una più vasta comunità assolvere alla soluzione dei fabbisogni esistenziali degli italiani.
Ma nel tempo, complice la notevole facilità, la politica è diventata ingorda, di soldi e di opportunità che non attenevano all'etica alla moralità ed al mandato per cui era stata pensata.
Ovviamente tutto il tessuto produttivo economico e organizzativo è cresciuto con distorsioni anche normative per potere consentire queste disarmonie gestionali.
Renzi arriva oggi in uno scenario da campo post bellico, trova vaste aree devastate ed intere categorie di popolazione non più in grado di essere produttive in maniera autonoma.
Renzi trova oggi uno stato ingordo che succhia eccessivamente risorse economiche dalle famiglie e dalle categorie meno agiate, e lascia indisturbati tutti coloro che vivono agiatamente nelle categorie alte della società.
Renzi fino ad oggi ha fatto bei discorsi di parole, vedremo se queste parole erano solo l'annuncio di fatti conseguenti oppure se solo propaganda elettorale per preparare la sua futura candidatura nuovamente a presidente del consiglio.
Per diventare il presidente del governo Renzi II° però è obbligato a realizzare ciò che è in grado di realizzare, per gli italiani e non per la massoneria per suo padre per il padre di qualche sua ministra o per qualche cooperativa.
Renzi con il suo lesto colpo di mano si è aggiudicato tempo utile prima di arrivare alle prossime elezioni per farsi propaganda con le azioni che vorrà realizzare, questo è un enorme vantaggio rispetto a tutti gli altri aspiranti che non hanno avuto al stessa faccia tosta, non si stratta di ambizione Renzi ha messo i piedi in testa ai suoi capi partito e meraviglia ancora come tutta questa manovra sia stata possibile nel PD da dentro senza che abbia incontrato una seria opposizione, dunque il PD non ha alcun alibi valido, saranno ricordati come i fautori della loro disgrazia.
Certo Renzi si è appropriato con arroganza questo vantaggio, patrocinato dal Quirinale che ha avallato e appoggiato il pupillo.
Ma sul fronte Quirinale ci sarebbe molto da disquisire, a cominciare dallo stato di lucidità mentale di Giorgio Napolitano visto che ormai dopo il monito per potere uscire dall'anonimato ha scoperto una nuova forma di monarchia mascherata da democrazia parlamentare.
Napolitano ha capito che anche se non è il presidente del consiglio dei ministri (carica che non ha mani ricoperto formalmente in vita sua) può esserlo se la politica non è abbastanza forte ed organizzata.
Napolitano ha eletto gli ultimi tre governi, cioè con un solo voto favorevole quello di Napolitano ci siamo meritatati Monti Letta e Renzi.
La politica, preoccupatissima di perdere tutte le provvidenze monetarie si guarda bene da accusare Napolitano di eccesso di esercizio della funzione istituzionale, e si guarda bene da gridare alla crisi o di richiedere elezioni immediate, l'onda anomala agitata dal soffio di un Grillo ha preoccupato seriamente le istituzioni e non perché Grillo dice Vaffanculo o perché usa un linguaggio diretto che a volte sembra delirante ma perché attraverso Grillo si sono generate nuove forme di politica attiva che con poca organizzazione ma tanta volontà e tenacia riesce non ad intercettare soltanto il dissenso ma riesce attraverso un linguaggio universale a mettere in conversazione tutti gli italiani che poi votano e riescono in un sol colpo a portarlo al di sopra di tutti gli altri partiti politici tradizionali.
La politica partitica cristallizzata nelle istituzioni per ora si è difesa perché per ora hanno una legge che gli consente di proteggersi attraverso le convivenze di sussistenza forzate (le coalizioni) non avessero queste protezioni M5S sarebbe già da un anno il maggior partito politico italiano e forse avremmo in atto i primi segni di ripresa del Paese.
Gli ultimi due governi, creati da Napolitano, sono nati e morti per mano sua. Del governo Monti infatti non si è registrata una sfiducia con conseguente crisi di governo così come per Letta.
Eppure né Berlusconi né altri soggetti politici usi a urlare elezioni anticipate ad ogni starnuto oggi le chiedono.
Inoltre nessuno parla più di inciuci o di voltagabbana o di cambi di bandiera o casacca, eppure nel'ultimo governo Letta abbiamo assistito addirittura alla scissione dei due partiti (cosiddetti di maggioranza) che formavano il governo senza che nessuno, neanche Giorgio Napolitano sentisse la necessità di proclamare una crisi di governo e la convocazione di elezioni anticipate. Nessuno si scandalizza ma il voto degli italiani non è più rispettato, perché chi votò allora PD PdL o Scelta Civica oggi faticherebbe a trovare i nomi che votò allora su una ipotetica lista elettorale oggi.
PD si è scisso ha cambiato in maniera rocambolesca e forse tragicomica il segretario, il PdL non esiste più per volontà di Berlusconi che ha perso il controllo quando i suoi ministri non gli hanno più ubbidito ed è stato poi costretto a votare la fiducia a Letta contro la sua volontà, per ripicca a sciolto il partito.
Oggi questo PD Forza Italia nuova e Scelta Civica non sono quelli di due anni fa, Scelta Civica è un corpuscolo infinitesimale eppure sta al governo con ministri, nuova Forza Italia e Nuovo Centro Destra non si sono ancora mai presentati ad elezioni quindi formalmente non sono rappresentanti di nessuno, e Renzi non si è ancora mai candidato a elezioni capolista per proporsi come premier.
La politica di Giorgio Napolitano ha sovvertito tutte queste regole e qualcuno ancora vorrebbe sostenere che è tutto regolare.
E' evidente una crisi della politica ed una forte incertezza della politica di essere preferita dagli italiani ormai alla disperazione.
Ma se il punto debole sta nella selezione, atto iniziale di scelta delle persone più adeguate è da aggiungere che è di questi giorni, dopo un letargo di otto anni, il risveglio della Corte Costituzionale che esaminata la legge elettorale in vigore si è accorta che non rispetta alcuni principi fondamentali della Costituzione procedendo con la decadenza di quegli aspetti incostituzionali, esortando la politica a riscrivere quei pezzi di funzionamento della legge rispettando i criteri costituzionali.
La politica continua a fare finta di nulla, anzi, ha tentato in prima battuta di dire che la Corte si si è espressa ma il suo giudizio non è così importante poi all'uscita delle motivazioni hanno indietreggiato un po ma poi hanno scritto bozze di legge che riscrivono quei tratti cancellati dalla Corte allo stesso modo di come erano scritti prima della cancellazione.
E' evidente che la politica è in grave difficoltà, senza aiuti e stampelle non riesce a stare in piedi da sola, ma del resto non è una lacuna di questo ultimo periodo, ha incominciato a vacillare ai tempi delle inchieste sulle tangenti, questo dimostra che senza aiuti sostanziosi ancora da prima non era in grado di restare in piedi da sola.
Dunque se i padri costituenti avevano svolto un ottimo lavoro redigendo la Carta costituzionale, avrebbero dovuto compiere uno sforzo ulteriore per disciplinare bene i partiti e la politica.
E' questo che oggi manca all'Italia, una disciplina chiara e autorevole che sia rispettata da tutti, manca una scissione netta tra compiti che la politica deve assolvere e tornaconti economici, e manca un sistema sanzionatorio ferreo per chiunque utilizzi la politica per vantaggi personali di ogni tipo.
Oggi la politica è diventata una via privilegiata strettissima all'imbocco e poi sempre più ampia per i pochi fortunati che riescono a passare.
La politica non è più, o forse non lo è mai stata, il mezzo con cui ottenere efficienza e uguaglianza di dignità.
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