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giovedì 29 novembre 2018

Di padri e di figli


Questa storia del padre di Luigi Di Maio che non regolarizzava i suoi dipendenti rientra nella estesa e duratura guerra che il bambino Matteo Renzi ha giurato di scatenare contro il Movimento cinque stelle il 5 marzo 2018, il giorno successivo a quello del voto alle ultime politiche per eleggere il nuovo Parlamento;
ovviamente Renzi giura vendetta mediatica che si sostanzierà di milioni di metri cubi di fango sui Cinque stelle non perché siano stati in grado di sconfiggerlo nonostante le regole avverse da Renzi e Berlusconi ordite appositamente per penalizzare i Cinque stelle ma perché Renzi aveva la certezza assoluta che quantunque avessero vinto i Cinque stelle con le regole da lui ordite per sfavorirli non sarebbero stati in grado di formare il governo perché nessun partito si sarebbe alleato con loro, quantunque avrebbero formato un governo non avrebbero avuto la forza sufficiente in parlamento per fare passare agevolmente i provvedimenti del governo.
Bene.
Tutte queste certezze che Renzi aveva il 5 marzo 2018 si sono evaporate come ogni altra precedente sua certezza. Questa è una costante di cui Matteo Renzi inspiegabilmente ed immancabilmente non tiene conto ma che puntualmente si verifica.
Non è il fato avverso è ottusità e smisurato ego oltre ogni ragionevole attesa.

Renzi è rimasto però imbrigliato a quella mossa primordiale.
Non è stato in grado o non ha avuto la forza di fare progredire la strategia man mano che cambiava lo scenario, perché poi in base al funzionamento della legge elettorale che hanno scritto lui e Berlusconi ed al consenso popolare che hanno ricevuto Cinque stelle e Lega gli autori della legge elettorale si sono fatti fuori da soli dai giochi per vincere di nuovo il governo.

Resta certamente la rabbia di chi, come Renzi, credeva di essere in grado di raggirare le regole dello stato e gli elettori propagandando scenari contrari a ciò che effettivamente miravano di concretizzare dopo aver vinto proprio in virtù delle regole scritte al tavolino ed in ossequio al patto del Nazzareno.
Purtroppo oggi nel 2018 non c'è più la benevolenza di nonno Giorgio I° e II° d'Italia che lo protegga dal più alto gradino di autorevolezza dello stato, non siamo più nel 2013 e il suo avversario non è più Enrico Letta.
Questa rabbia si condensa in questa rappresaglia quotidiana combattuta in nome di una agognata supremazia che è diventata per Renzi col trascorrere del tempo sempre più una chimera (per questo per me è molto simile a Don Quichotte de la Macha o il nostro cinematografico Brancaleone da Norcia “Il personaggio, assai noto ancora oggi, è entrato subito a far parte di diritto dell'immaginario collettivo italiano dato che rappresenta lo stereotipo dell'italiano povero e sbruffone” da wikipedia).
Dal 5 marzo 2018 Matteo Renzi, al pari di un bambino viziato che non sa perdere, annuncia guerra sempre e solo “contro i Cinque stelle”.
Il rancore del bimbo viziato non si sfoga in maniera privata, contro una dinamica o un contesto, ma in pubblico e contro chi è identificato anche da tutto il resto della politica italiana del 2018 (ma anche del 2017 del 2016 del 2015 del 2014 del 2013) come il nemico comune da combattere.
Si avete letto bene, proprio da combattere.
Questi signori della politica italiana, che non sono gente di stato come apparivano i politici ed i parlamentari del passato, concepiscono l’agone politico al pari di un ring di pugilato, un’assemblea di condominio, una piazza pubblica per esprimersi nella quale non è necessario un glossario una proprietà di linguaggio o una etica etimologica della parola ma basta inveire contro nella maniera più prevaricatrice e scorretta possibile purché appaia a chi osserva che abbia più ragione chi sa tenere testa agli altri e non chi sostiene posizioni di maggior buon senso o sensatezza logica.
I barbari stanno tutti in parlamento ed in parlamento si azzuffano.
L’altro giorno l’On (tanto per ridere) Emanule Fiano (PD), mentre partecipava al dibattito d’aula con un intervento ha chiesto al premier Conte se il gesto delle mani era rivolto a lui e se con quel gesto intendesse significare a Fiano il classico “ci vediamo dopo fuori”.
(Il tono arrogante di Fiano va oltre la dialettica provocatrice, sconfina addirittura in autoritarismo che mal si intaglia ad un milanese di origini ebree quale Fiano è.
Il sospetto che non sia Renzi il solo bambino viziato in parlamento è forte e non proviene da preconcetti ostili ad alcune persone ben definite ma proviene dall'osservazione di ogni azione personale che ogni singolo parlamentare pone in essere, nulla è lasciato alla fantasia degli osservatori con l'uso della mediaticità contemporanea.

Torniamo alla vicenda in se, di oggi, ma che è comunque parte dell’intera saga della lotta continua che il PD renziano/renzista ha ingaggiato contro i Cinque stelle.
Il casus:
Il padre di Luigi Di Maio avrebbe fatto lavorare in nero un operaio nella sua impresa edile in Campania.
A darne conto le Iene noto programma televisivo ispirato, svizzero indipendente e che non è proprietà di nessuno partito politico o padrone con interessi plurimi, solo dall'obiettivo di diffondere l’informazione con correttezza.

La polemica monta e infine il babbo di Matteo, Tiziano, partecipa alla corrida mediatica prodigandosi di gettare fango sul fango già versato, un comportamento che si qualifica da se.

Questo il suo post.

Ma a riportare un po’ di ordine e realtà nella vicenda ci pensa il solito Fatto Quotidiano che proprio Matteo il bimbo viziato e capriccioso chiamava Il Fango Quotidiano fin da quando era premier ma ancora oggi, in quanto unica voce dell’informazione nazionale completamente non allineata e non succube alla sua influenza personale ed istituzionale.

Racconta la storia di un nigeriano, Evans Omoigui, oggi 45enne quindi nato nel 1973 (due anni più grande di Matteo), i fatti risalgono al 2007 quando Omoigui aveva 34 anni non era un ragazzino, era impiegato con un contratto co.co.co. in un’azienda di proprietà di Tiziano e Tiziana Renzi come distributore di quotidiani (il primo proprietario al 90% la seconda proprietaria al 10%) la Arturo Srl  con un ingaggio misero di 750€ al mese per un anno e quando questo aveva reclamato di volere essere retribuito con uno stipendio adeguato al lavoro effettivamente svolto (distribuiva i quotidiani per conto della Arturo Srl con la propria auto e senza ricevere rimborso spese, fa ridere se pensiamo a Matteo Renzi che invece pare che in Provincia al Comune ed in Fondazione proprio ai rimborsi spese faceva ricorso in modo sistematico) viene licenziato in tronco.
Il tribunale di Genova, città dove risiedeva e lavorava e operava la Arturo Srl, dà ragione ad Omoigui e condanna Tiziano e Tiziana Renzi a pagare un risarcimento danni per un totale di circa 90.000 €.
I Renzi, pur di non pagare Omoigui mettono in liquidazione la Arturo Srl.

Oggi Evans Omoigui se ne è tornato in Nigeria a Benin City, qui da noi in Italia, a genova non a Rosarno in Calabria, non è riuscito a vivere.
Ci sarebbe pure che nel frattempo si è ammalato ma questo per i Renzi sarebbe un dettaglio trascurabile.

Ciò che sorprende di più non è tanto il velato riferimento che Tiziano Renzi attribuisce al comportamento di Antonio Di Maio, ma il fatto che egli essendo esponente del PD e provenendo dalla DC tenga nella vita privata di imprenditore comportamenti più simili a quelli che ci si aspetterebbe da chi politicamente è ispirato a comportamenti di destra verso i propri dipendenti e pretenda contestualmente di poter distinguersi rispetto ad atteggiamenti autoritari di matrice di destra.
Del resto anche Matteo, il pargolo di cotanto padre, è l’autore della riforma del lavoro conosciuta con il nome di Jobs Act, cioè quell'insieme di regole che hanno messo in ginocchio il lavoro in Italia tra il 2013 ed il 2015.

“Arturo Srl nasce nel 2003, creata da Renzi senior”, prima del 2011 anno della sentenza del Tribunale di Genova la Arturo è posta in liquidazione, Arturo Srl condannata in contumace (si legge in sentenza) perché liquidata prima della fine del dibattimento in Tribunale.

Stiamo parlando di fatti che si verificano negli stessi anni che nasce e si organizza il Movimento cinque stelle che ancora non ha questo nome ma si coagula già intorno alla figura di Beppe Grillo.
Quando Grillo inizia a costruire le basi di un movimento politico più a misura d’uomo rispetto ai partiti politici di quagli anni i Renzi’s invece già lavoravano da tempo allo sfruttamento dei lavoratori nigeriani e italiani.
Il 2009 per la prima volta i Meet Up partecipano  alle elezioni amministrative non è un plebiscito ma alcuni che parteciparono a quella competizione oggi sono ministri.
Ma il movimento nasce intorno al 2005.
Arturo Srl nasce due anni prima.
Tiziano, dunque e a ragione direi, in apertura del post “chiede di non essere accostato a personaggi come Antonio Di Maio” e per distinguersi cita una serie di situazioni illegali o anomale che lui sostiene di non avere mai perseguito lasciando intendere che il Di Maio avendole invece perseguite è differente da se.
E’ molto attento a non dire che non ha mai licenziato chi pretendesse una paga giusta.
Ma commette un errore quando sostiene “non dichiaro 88€ di tasse”.
Perché alcune procure stanno lavorando proprio sui conti delle sue società e sulle fatture false.
Se la fatturazione è falsa il danno erariale è lì pronto a spuntare fuori.

giovedì 26 luglio 2018

"Sette notizie per sette giorni: la settimana in video...la settimana vista con gli occhi di Matteo Renzi"

A distanza di ben oltre due anni dall'ultimo post torno a scrivere qualcosa su questo blog politico.

In questi ultimi due anni ho preferito utilizzare le pagine Facebook che curo per parlare della cronaca politica quotidiana, però sui social ci sono limiti per la lunghezza degli articoli.

Qui invece posso usare tutto lo spazio che voglio senza limiti e posso organizzare meglio testi e grafica senza troppe interferenze.

Riprendo usando la trascrizione fedele del video di Matteo Renzi come prologo di una analisi più dettagliata che voglio elaborare successivamente per mettere in evidenza come Renzi usi frazioni di fatti reali per descrivere in maniera contorta o parziale a proprio vantaggio una realtà che è differente.

Si legge nelle sue parole tanto astio verso chi è al governo ora, non parla mai del PD se non di sfuggita ma solo per riferirsi a ciò che ha fatto lui al governo in quanto espressione del PD o del centro sinistra ovviamente per porsi strumentalmente in contrapposizione a centro destra o più frequentemente ai cinque stelle, usa il video il ruolo di senatore che lo protegge da qualsiasi accusa di calunnia e il linguaggio per offendere chi gli pare usando una forma malcelata di buonismo e pietismo. In alcuni tratti della sua presunta difesa di innocenza, ad esempio sul caso CONSIP, mi ricorda tanto i tentativi di smontare l'accusa di Pippo Calò nei confronti con i pentiti durante i processi di mafia, tentativi goffi che non approdavano a nessuna smentita, tanto che ad un certo punto in un confronto con Tommaso Buscetta il Buscetta stesso lo ridicolizza dicendogli "...ma se non lo sai fare lascia che lo faccia per te il tuo avvocato...", ecco Renzi ha bisogno di un bravo avvocato. Ma deve essere bravo.

Si evidenzia in definitiva un uomo stracotto dalla rabbia verso tutti ma che non ha ancora trovato il coraggio di costruirsi un proprio soggetto politico e liberare il PD che tiene ostaggio da può di due anni paralizzandolo e penalizzandolo rispetto alla concorrenza cinque stelle e centro destra. Eppure il PD è ancora il secondo partito italiano, ma forse le mire di Renzi sono proprio di fargli perdere questa caratteristica.

Vi lascio alla lettura della trascrizione, in seguito analizzo punto per punto tutto il contenuto sottolineando dove è agevole evidenti contraddizioni o rappresentazioni non rispondenti al vero.

Buona lettura.

"….[settim]ana…ehhh….provo ad andar velocissimo,
la notizia numero 7
(andiamo a scalare)
è che stiamo per votare in aula al Senato …ehh… il primo atto dell’abolizione dell’unità di missione sull’edilizia scolastica e l’abolizione dell’unità di missione sul rischio idrogeologico.
Avevamo creato queste due strutture insieme a Graziano Delrio, quando io ero premier, per investire molto sul futuro sull’innovazione anche in qualche modo per una volta sul prevenire anziché sul curare prevenire prima anziché che curare dopo.
Bene, il governo ha scelto di cancellare queste unità di missione, è del tutto legittimo può farlo a me ovviamente dispiace, …ehh… ha comunque in pancia nel portafoglio tutti i denari che avevamo messo son solo sette miliardi sull’edilizia scolastica nove miliardi sul rischio idrogeologico l’augurio è quello che li spendano bene ma la notizia numero uno è innanzitutto grazie a chi ha lavorato in questo settore.

notizia numero 6
il governo ci sta facendo veramente e incredibilmente divertire se non fosse una cosa seria, dico divertire se non fosse una cosa seria perché quando smettono di occuparsi dei… le armi di distrazione di massa, l’immigrazione, scoprono sulla TAV che i grillini in Piemonte difendono quelli che contestano la TAV mentre Salvini non si fa vedere a dare la solidarietà alle forze dell’ordine, sul TAP c’è un video storico di Di Battista che dice “in quindici giorni cancelleremo il TAP”, e il ministro degli esteri Moavero Milanesi è andato con Mattarella in Azerbaijan a rassicurare “tranquilli lo facciamo eh, era….uno scherzo,  era la campagna elettorale ”, persino il ministro Lezzi ha dovuto spiegare al presidente Emiliano che il TAP alla fine si farà.
E hanno deciso di bloccare la fusione tra ANAS e Ferrovie dello Stato perché evidentemente avevano paura di avere poche poltrone da …ehh… ssistemare, e ppoi stanno attaccando i vertici indipendenti,
Tito Boeri, che abbiamo nominato all’INPS, è uno di quelli che quando c’è da dir qualcosa la dice non fa sconti a nessuno né qualcuno può chiedere al presidente dell’INPS o dell’ISTAT di assumere le posizioni di un governo, è una funziona tecnica, terza, è una funzione di autorevolezza istituzionale.
Loro li attaccano, attaccano Boeri, attaccano Nava della COSOB, chissà come mmai…., proprio quando arrivano le interrogazioni parlamentari per sapere che cosa è accaduto sui mercati …ehh… nelle ore dello spred delle ore in cui si alza lo sprend delle ore in cui …ehh… qualcuno …oooohhhh… fa balenare l’ipotesi dell’uscita dall’euro, insomma la sesta notizia è che questo governo quando non parla di immigrazione litiga s-u  t-u-t-t-o.
..e noi di litigi siamo particolarmente esperti

quinta notizia!!!
Davide Casaleggio dice che tra qualche lustro il parlamento potrebbe non servire più.
…cioè, ma come?, che fine hanno fatto tutti i grandi costituzionalisti che si inalberavano dopo sei letture in parlamento dopo una discussione durata due anni dopo tutto un dibattito accesissimo si prevedeva di trasformare il Senato da assemblea in grado di de... in grado di votare la fiducia a camera delle autonomie delle regioni allora fu definita è una deriva totalitaria è una deriva antidemocratica adesso c’è uno che è il …capo? guru? proprietario? sioo? (CEO) del partito di maggioranza relativa che dice il parlamento tutto il parlamento non solo il senato potrebbe essere presto inutile, e… e tutti zitti, io chiedo ufficialmente che chi l’ha visto si occupi dei costituzionalisti …ehhh… che evidentemente sono o in ferie o non hanno avuto modo di scorgere nelle parole di Casaleggio deri… la deriva totalitaria, perché era deriva antidemocratica superare il Senato invece abolire il parlamento è roba da ragazzi.

notizia numero quattro!!
‘u ministro de ggovernoooo….. ummhhh del governo Salv…del governo Conte, Salvini viene indagato.
Io sono garantista e dico che il ministro Savona è un cittadino innocente fino a sentenza passata in giudicato, è indagato perché era presidente di un’importante banca, certo se fosse stata Banca Etruria sarebbe su tutti i giornali ma era una banca UNICREDIT leggermente più grande per altro, e può accadere di prendere un avviso di garanzia in questi casi, eh … nessuno di noi quindi strumentalizza o chiede le dimissioni del ministro Savona. Ma due pesi e due misure lo vogliamo dire? o no a proposito del fatto che quando hanno indagato alcuni ministri nostri Di Maio faceva i tuitt (tweet) “in cinque minuti si devono dimettere” quando indagano i loro “…e no… è garantismo” ecco questa idea della doppia morale prima o poi finisce e paradossalmente si ritorcerà contro i grillini che un tempo urlavano onestà onestà onestà e ora ‘ndò sta l’onestà dei grillini.
Detto questo io penso che il ministro Savona faccia benissimo a non dimettersi e che debba fare il suo lavoro, se è capace o incapace lo vedremo alla prova dei fatti, ma certo quando è cambiato dalla prima pagina del ‘Fango Quotidiano’ su Luca Lotti per esempio metteremo di nuovo sui social le immagini delle due prime pagine a confronto.

notizia numero tre!!!
siamo quasi alla fine
sembra … cos’era… eemmmhhh… discoring
eh.. il decreto ‘disoccupazione’ dice ‘no Matteo si chiama decreto Dignità’
tra l’altro tutti a discutere ‘eh, però come dev’essere l’indennità per il licenziamento illegittimo… o come dev’essere il parere dell’opposizione del comma sette dell’articolo tre che richiama al punto D…’ oh ragazzi ma qui c’è una storia incredibile… hanno fatto ‘sto decreto dicendo che cerano condizioni di necessità e di urgenza e poi lo fanno partire a ottobre e non adesso quindi uno s.. uno si domanda dove stava la necessità dell’urgenza, hanno fatto ‘sto decreto cambiandolo più volte in corso d’opera, cosa un po’ complicata perché se tu fai un atto non lo puoi cambiare a meno che non fai un nuovo passaggio in consiglio dei ministri, ma soprattutto nella relazione fatta al decreto legge c’è scritto che si perderanno in dieci anni ottanta mila posti di lavoro, questa è una cosa enorme.
c’è …ti… lo scrivono nero su bianco loro stessi che con quelle misure si perderanno ottanta mila posti di lavoro e cercano di cambiar discorso.
Quello non è un decreto dignità quello è un decreto disoccupazione.
Quello non è il ministro del lavoro quello è il ministro della disoccupazione.
E’ una cosa enorme di cui non si parla perché naturalmente provare a dire oggi che il grande cgoverno del cambiamento passa dal Jobs Act, segno più sull’occupazione, al decreto disoccupazione e segno meno appare poco carino.
E io credo che questo tema del lavoro ce lo riporteremo dietro.

eehhh…la notizia numero due che purtroppo tocca una vicenda triste e grave la… grave malattia che ha colpito Sergio Marchionne, che ha portato FIAT-Chrysler a cambiare i propri vertici, ad accellerare il ricambio pure già previsto che però per la malattia di Marchionne ha subito una accellerata impressionante… ehh.. sono stato molto criticato io ho fatto un’intervista a llaaa… rilanceremo anche in questi giorni, Sergio Marchionne per me è stato uno dei più bravi manager del nostro tempo, e chi dice il contrario nega la realtà, Marchionne è uno che ha preso la FIAT che era tecnicamente fallita ha riaperto le fabbiche in Italia e all’estero ha salvato Chrysler ed è chiaro ciascuno potrà lamentarsi di qualcosa e lo stipendio... e lasede legale… tutto quello che si vuole, ma la da.. il da.. il dato di fatto… la constatazione che tutti noi dobbiamo fare è che il lavoro lo creano quelli che rischiano non quelli che stanno sul divano ad aspettare il reddito di cittadinanza.
Avere la forza di dire che non di può vivere di slogan ideologici come negli anni settanta contro il padrone… se ci sono dei manager capaci e competenti le aziende ripartono.

E il… eee… la notizia numero due di una settimana di notizie che non può che chiudersi con la numero uno… e che riguarda un… ee.. incredibile caso, la vicenda COSIP
eehh… mm… il protagonista di questa vicenda, aahh… Scafarto il ehhmm… il colonnello Scafarto dell’arma dei carabinieri…  eehh… accusato di avere fatto prove false contro di me e la mia famiglia, eh… è stato nominato assessore alla legalità in una giunta di centro destra.
Cioè, vi faccio lo spiegone:
c’è un presidente del consiglio in carica del centro sinistra, uno dell’arma (e non soltanto con la sua squadra ma anche con rapporti molto stretti con pezzi dell’intelligence) va a fabbricare prove false contro la famiglia del presidente del consiglio espressione del centro sinistra e due anni dopo diventa assessore del centro destra. E’ tutto normale no?
E’ tutto chiaro.
C’è di più, in un’intervista di ieri Scafarto “chiedo scusa ai Renzi”.
E lui ha chiesto scusa. Eh.
Ragazzi se chiede scusa uno, …normale.
Ora io mi domando, vi ricordate quel film Johnny Stecchino quando ad un certo punto Roberto Benigni racconta della moglie di Cozzamara, eehh…. lll…. l’altro boss mafioso dice “io…dice… io c’ho ucciso la moglie a Cozzamara poi gl’ho chiamato dieci minuti gli ho detto guarda dieci minuti fa per sbaglio ho ammazzato tua moglie e c’ho chiesto scusa e lui si è….” allora, la vicenda di diii… Scafarto che chiede scusa a me ricorda ma muorire è Cozzamara e Johnny Stecchino e mi fa pensare che anche su sta vicenda CONSIP pure se qualcuno dei miei dice “Matteo non ci crediamo più neanche noi”, il tempo è galantuomo.
Nel frattempo il ministro della giustizia che si chiama ‘Bonafede’, ha detto che il PD voleva fare la riforma delle intercettazioni proprio per la vicenda CONSIP.
‘I mministro Bonfede non ha capito niente o è in ‘malafede’.
Una delle due.
Perché la riforma delle intercettazioni viene lanciata nell’agosto del duemilaequattordici, e nessuno di noi immaginava che accadesse uno scandalo come quello CONSIP, un complotto come quello CONSIP, nessuno di noi lo immaginava a meno che ‘Malafede’ non avesse informatori speciali che noi evidentemente non conosciamo.
Ma soprattutto il ministro ‘Bonafede-Malafede’ potrebbe venire in aula, visto che è un grande campione di trasparenza, e raccontarci che cosa si diceva che cosa si scriveva con il dottor Lanzalone presidente di ACEA scelto da alcune amministrazioni grilline, oggi privato della libertà personale, che è stato introdotto nel movimento cinque stelle proprio dal ministro Bonafede, ecco sarebbe interessante visto che uno proclama trasparenza che avesse il coraggio di andare in parlamento luogo dal quale il ministro Bonafede-Malafede sta scappando. Però parla di CONSIP.
Si chiamano diversivi, si chiamano armi di distrazione di massa.
Se di queste sette notizia siete sufficientemente stanchi segnatevi il diciannove il venti e il ventuno ottobre la Leopolda, Leopolda edizione numero 9, la prova del nove, il titolo?
“Ritorno al futuro”


Ciao…"

mercoledì 3 febbraio 2016

Riforme.....una parola che non assume nessun significato politico

Prima che fosse eletto per la seconda volta consecutiva Giorgio Napolitano Presidente della Repubblica italiana noi italiani attendevamo dalla politica una nuova legge elettorale che ponesse rimedio etico e morale allo scempio operato con il 'porcello'.

Il parallelo ieri-oggi fulmineo ed ironico ci consegna da un Mr B. ad un sosia di Mr Bean, ma la faccenda è ben più complessa e per niente allegra.


Sicuri che una caduta eclatante di Berlusconi avrebbe avviato una fase tendente a maggiore stabilità politica, magari lenta ma certamente progressiva, avevamo assistito di buon grado alle decisioni della politica e del Quirinale di scegliere prima un nome autorevole e distante dai condizionamenti di un certo entourage politico particolarmente difficile da allontanare.

Ci dicevano 'Monti è un uomo saggio sicuramente farà meglio'
Giorgio Napolitano per presentarlo bene alla nazione lo aveva insignito, qualche giorno prima di affidargli l'incarico di mandato esplorativo per la formazione del nuovo governo, del titolo di senatore a vita "per renderlo libero ed autonomo nelle decisioni che avrebbe dovuto adottare da futuro presidente del consiglio dei ministri", almeno così tentavano di rassicurarci dalle istituzioni, ma anche probabilmente per renderlo non ricattabile dalla politica istituzionale.


Come mai noi italiani eravamo giunti a convincerci che servisse una nuova legge elettorale?
Semplice, perché quella in vigore contiene una serie di elementi deleteri per la democrazia e per alcuni principi cardine della Costituzione.

Inoltre la legge in vigore allontana dagli elettori la facoltà di decidere i propri candidati preferiti.

La stessa legge premia i gruppi di forze politiche che si 'associano' tra di loro per partecipare alla competizione elettorale, aggiungendo un ulteriore elemento di disparità 'legalizzata' per i raggruppamenti a danno di eventuali singole forze politiche relativamente forti.

Insomma, 
agli italiani serve una nuova legge elettorale perché hanno sostanzialmente perso il libero esercizio della 'sovranità' nazionale.

L'ostacolo grosso a questa necessità di cambiamento funzionale dello stato è proprio il corpo politico nel suo complesso (uomini e partiti, apparati parapartitici, istituzioni, enti intermedi ed enti periferici) che è stato capace di sfruttare questo esagerato fenomeno di frammentazione elettorale attraverso al formula della 'governabilità', cioè hanno individuato un complesso di regole che apparentemente devono servire per aggregare più soggetti politici al fine di rappresentare tutti insieme una forza maggioritaria in grado di sostenere le decisioni di un governo.
In realtà si tratta di una facciata di comodo, perché la governabilità non è assicurata anzi si continua a fare ampio uso di fiducie e di rimpasti perché anche all'interno delle coalizioni non si riesce ad avere una linea di azione comune condivisa.

Se a questa instabilità politica tra forze si aggiunge anche l'incertezza assoluta derivante dall'esito elettorale, in continua tendenza dissenziente verso la politica da parte degli elettori se non addirittura non è esagerato sostenere che gli italiani sempre in maggior numero non votano.

Su quest'altro fronte, nei momenti di più basso consenso, la politica ha preferito spartirsi fette di parlamento e di governo assumendo per valido il risultato parziale tenendo in considerazione solo la quota di espressione di voto e non mettendo in rapporto fra loro l'intero bacino di aventi diritto e quanti effettivamente esprimevano una preferenza.

Questo confronto di dati se osservato storicamente ci indica una forte tendenza di disaffezione degli italiani verso la politica in generale, ci dice che crescono coloro che non votano o che consegnano la scheda senza esprimersi e coloro che per protesta o per non avere trovato nelle liste un candidato meritevole non solo non sceglie ma annulla la scheda elettorale.

Si è arrivati nel tempo all'allarmante (per i politici) divario a vantaggio di chi non segue e non partecipa più alle scelte politiche, avevano (i politici) la necessità di mascherare questo enorme insuccesso ed hanno deciso tutti insieme di rimediare mascherando i risultati, leggendoli a convenienza, dando risalto solo agli aspetti positivi che si potevano estrarre.

Ci ricordiamo tutti le fanfare che cantavano vittoria all'indomani di ogni competizione elettorale, pareva che prima tutti aspirassero a vincere e dopo vincessero proprio tutti nessuno si proclamava sconfitto.

Ma gli italiani non sono un popolo reazionario, posseggono un'indole reattiva davvero blanda.

Preferiscono disinteressarsi della crisi etica che ormai sommerge tutto l'ambito politico-istituzionale.

Così la Costituzione italiana finisce in soffitta ed al suo posto si instaura un regime di libertinaggio senza confini, una specie di anarchia istituzionalizzata e addirittura anche le regole già acquisite incominciano ad essere depotenziate dalla politica insofferente all'ordine.

Veniamo così ad incontrare la parola 'riforme', ma in questo momento assume un'accezione negativa perché è sinonimo di aggiustamento delle regole alle volontà di alcuni più influenti.
Ma si sa bene, specie chi ha studiato il diritto, che una regola è buona se tiene conto di tutte le esigenze in maniera più ampia possibile, anzi più è ampia più è una buona regola, al contrario più restringe il suo raggio di azione a pochi o pochissimi casi peggiore è la norma.

Eppure è quest'ultimo il caso italiano contingente.

Ma riformare la legge elettorale forse non basta, a distanza di otto anni dall'entrata in vigore la Corte Costituzionale (organo preposto al controllo della costituzionalità delle leggi) sentenzia che la legge elettorale Calderoli non è costituzionalmente valida almeno sotto tre aspetti fondamentali che vanno assolutamente rimossi, ribadisce che è il Parlamento l'organo preposto a scrivere le leggi stabilendo così dei punti fermi su cui invita la politica a porre rimedio.

Qualche interessato politico si affretta a sostenere che la Corte ha riconosciuto al Parlamento che è l'Istituto preposto a legiferare dunque il Parlamento è nella sua pienezza delle facoltà istituzionali e può proseguire il proprio lavoro, ma è una mistificazione o un'errata (ed interessata) interpretazione della sentenza.

Prima dell'elezione di Monti a presidente del consiglio siamo entrati nel semestre bianco, gli ultimi sei mesi di reggenza del presidente della repubblica, ma le istituzioni invece di occuparsi di avviare le operazioni per eleggere il nuovo presidente della repubblica si preoccupano di indire nuove elezioni, che evidenzieranno di nuovo la massima frammentazione.


Tutto si compie nei tempi ristretti di poche settimane, elezioni politiche nuovo parlamento elezione del presidente della repubblica e poi mandati esplorativi per formare il nuovo governo possibile, ma dopo la travagliata elezione del capo dello stato anche i primi mandati esplorativi cadono nel vuoto.

Arriva la decisione del capo dello stato, Monti è l'uomo giusto.

Monti non ha ricevuto un mandato attraverso una consultazione elettorale, è il presidente della repubblica ad individuarlo ed investirlo come prevede la Costituzione.

Monti prepara il suo governo promette 'riforme' in tempi brevi, ma quelle che riesce a portare a compimento sono un vero disastro che ben presto lo costringerà a dimettersi, anzi ad andare via senza dimettersi....primo caso fuori dai canoni istituzionali .....ma del resto era nato da un parlamento e un presidente della repubblica anche loro di formazione irregolare

Monti il presidente del consiglio se ne va senza che ricevesse la sfiducia.

Dopo Monti Napolitano chiama Bersani, avvia le sue lunghe consultazioni ma non riesce a formare un governo autorevole in grado di promuovere le sue proposte, è costretto a rinunciare al mandato.

Napolitano convoca Enrico Letta il quale un po troppo gasato per essere stato preferito ad altri più 'maturi' assume precocemente l'aria del primo della classe, distribuendo bacchettate, forse troppe, non si rende conto che proprio dietro le sue spalle nel proprio partito gli avevano già preparato la secessione interna.

Infatti a Firenze un giovanotto furbetto e carico di ilarità barzellette e un po' di cafoneria mette su una combriccola di ragazzacci pronti a mettere in atto la bravata, vanno dicendo che vogliono 'rottamare' tutto il vecchiume che è dentro i partiti, allestiscono uno spettacolino in un luogo denominato 'Leopolda' luogo emblematico, sia come nome di persona davvero ilare, sia come luogo fisico: è una vecchia stazione ferroviaria in disuso, treni che partono e che arrivano non ce ne sono più le metafore potrebbero sprecarsi.

Questo emulo di Renzo Montagnani protagonista dei mitici 'Amici miei' monicelliani un po Mr Bean un po conte Mascetti dimostra in pochissimo tempo di essere perfettamente in grado di at
tuare la 'supercazzola' a tutti gli italiani e poi di ripetersi appena giunto al governo, si al governo avete letto bene, perché noi italiani diamo fiducia ai Mr Bean che sanno fare bene la 'supercazzola'. Pardòn, non noi italiani, un solo Napolitano.

E lui non si chiama di nome Renzo come Montagnani, ma Renzi di cognome, di nome fa Matteo e mai nome fu più azzeccato (nome omen, nomina sunt omina
).

In realtà questo altro presidente del consiglio è un magnifico affabulatore, uno che riesce nelle sue opere solo se corre, solo cioè se non si sofferma ad analizzare cosa sta facendo, proprio perché se ci si ferma ad analizzare la sua supercazzola si capisce che non c'è sostanza a sorreggere l'operazione:

Perciò lui deve correre, in pochissimi mesi passa dai panni di rottamatore dissidente interno al suo (?) partito ai panni di costitutore di un similmovimento reazionario, si candida a segretario di partito gira l'italia ma non viene eletto;

non è questa l'elezione che conta perché per gli equilibri di partito e di governo chi era eletto con questa competizione sarebbe durato pochi mesi, mossa che torna utile al nostro cavaliero indomito.
Finge di accettare il risultato ed aspetta, pochi mesi dopo si riapre la corsa per le primarie interne si ricandida e questa volta ce la fa, appena eletto inizia a scalpitare in segreteria in poco tempo cambia tutta la segreteria e prende tempo ma sembra più una prova generale da premier che non da segretario di partito infatti inizia subito a lavorare per sostituire il presidente del consiglio in carica che in quel momento è Enrico Letta, intanto allestisce il suo personale cerchio magico che poi dalla segreteria di partito travaserà integralmente al consiglio dei ministri.

Una sintesi resta la migliore descrizione, l'essenza di quei giorni.

Mentre Letta monita verso Renzi 'non si diventa segretario di partito per aspettarsi automaticamente di diventare presidente del consiglio' Renzi risponde a Letta 'stai sereno' in ventiquattro ore Letta si dimette (anche lui senza essere stato sfiduciato) e Renzi viene scelto da Napolitano per il mandato esplorativo per la formazione del nuovo governo.

Evidente che lo 'stai sereno' di Renzi è stato mal interpretato da tutti noi, lui esplicitamente dichiarava semplicemente con quelle due parole che aveva già allestito tutto per sostituirlo, siamo noi che non lo abbiamo capito, lui era chiarissimo.
Così come non abbiamo colto subito quanto incauto fosse stato Letta ad immaginare e dichiarare che la segreteria di partito non porta automaticamente alla presidenza del consiglio.

E' evidente che era in atto una lotta dentro il PD di cui non era dato sapere non solo agli italiani ma neanche agli iscritti del PD.
Infatti Renzi è sospinto con determinazione verso l'alto istituzionale ma non sembra che la sospinta arrivi dal dentro il PD infatti nascono immediatamente correnti dissenzienti.

Forse i tempi cronologici degli avvenimenti non sono proprio questi, forse Letta apparentemente è andato via senza un passaggio formale ed umiliante di sfiducia in aula, perché sapeva che doveva lasciare il posto a Renzi; forse Giorgio Napolitano è il vero regista, è il maggiore sponsor di Renzi e gli spiana la strada sia nel partito sia a palazzo Chigi ed a Montecitorio.


Tutti e tre questi ultimi governi si caratterizzano per non essere stati scelti dagli italiani ma dalle istituzioni non nel senso del consenso popolare per governare ma la scelta del presidente va a pescare anche in forze politiche non proprio maggioranza assoluta nel paese in quel momento, una piccola forzatura diciamo così, cioè sono governi scelti dall'apparato istituzionale, il carattere di equilibrio scricchiola.

Parrebbe dunque che l'Italia si è trasformata in poco tempo da Repubblica democratica e stato di diritto in una repubblica presidenziale costituzionale solo nelle formalità e neanche compiutamente.

Ci troviamo in una anomalia istituzionale e di diritto, la sovranità è stata sospesa ma non è stata notificata la sospensione ai titolari del diritto. Chi ha agito la sospensione non ne aveva la pienezza del diritto e la legittimazione istituzionale.

Dall'altra parte il sovrano, il popolo, gli italiani, non hanno in mano alcun strumento per esercitare la titolarità riconosciuta e farla rispettare ai ruoli istituzionali di vertice compreso il Presidente della Repubblica.

Questo aspetto evidenzia che nella Costituzione si afferma una parziale verità, l'esercizio del voto il popolo sovrano dovrebbe essere libero di esercitarlo senza difformità reali rispetto a quello che stabilisce la Costitizione, specie stante una situazione di inconcludenza della politica (nostri fiduciati).

Il dilemma epico è: come agire?

Attraverso quali istituti si può garantire il ritorno all'ordine alla democrazia all'equità?

Credo che i politici e la politica siano i soggetti meno capaci di suggerire la strada da seguire perché sono loro con la loro incapacità di visioni ad averci condotti in questo ingarbugliato stato di immobilismo. Serve una fase ricostituente in cui i meccanismi che mettono in crisi il libero esercizio democratico e forme di equità vadano riportate alla corretta funzionalità costituzionale.


Non è assolutamente facile e tranquillamente percorribile perché contemporaneamente lo stato ha necessità di proseguire il suo funzionamento nella piena legittimità statale e di rappresentanza di unità territoriale anche verso i rapporti con altre nazioni.

Ma qualche azione va avviata per correggere il funzionamento.

martedì 16 dicembre 2014

alla fine del 2014

Tante le vicende susseguitesi nello spazio di un anno.

Le più rilevanti il 40% 
(insperato) delle preferenze ottenute alle elezioni europee dal PD di Renzi  utile al premier per specularci a livello nazionale.

Il clamoroso annuncio quasi a fine anno di Giorgio Napolitano di avere intenzione di dimettersi dalla carica di Presidente della Repubblica ma senza fissare una data certa.

In mezzo una serie di vicende squallide che squalificano senza appello la classe politica italiana.

Ruberie di bassa lega o di basso PdL o di basso PD.

Non si salva nessuno.

Tutte le grandi opere portano in se tracce se non veri e propri sistemi corruttivi o concussivi, è dalla notte delle tangenti che siamo ormai certi che nei decreti grandi opere sono previsti ampi territori adibiti alle foraggerie criminali; in pratica in Italia lo Stato prevede di finanziare principalmente il sistema criminale con risorse pubbliche (criminalità organizzata e politica organizzata) e non troviamo neanche in seconda posizione il bene comune, cioè l'utilità civile e sociale delle opere stesse perché vengono realizzate male, quando vengono realizzate, e non saranno assolutamente gestite. Mentre l'enorme flusso di denaro pubblico è sempre certo che finirà (si sa già dall'inizio, in fase previsionale, molto prima della spesa) nelle tasche degli attori del malaffare.

Le conferme provengono da più fronti sia che a cercare i dati sia una testata giornalistica una trasmissione televisiva d'inchiesta o approfondimenti giudiziari scaturiti da frizioni tra gruppi in ballo per spartirsi i proventi pubblici illecitamente.

Alla fine il progetto MOSE, EXPO 2015 (che dovrebbe inaugurarsi a maggio prossimo (2015)), ma non solo queste grandi opere come la quasi ormai dimenticata TAV, ma anche per cause naturali si evidenziano indirettamente le corruttele, il caso delle alluvioni autunnali ad esempio in Ligura Toscana Emilia Veneto Lazio, per finire in questi giorni al colpo di genio del solito Pignatone oggi procuratore a Roma con la sua ultima indagine Mafia Capitale che porta alla luce una situazione suggestiva attiva a Roma nell'era in cui Alemanno era sindaco ma che risale anche ai tempi precedenti la sindacatura Alemanno, una commistione di malaffare che investe Alemanno come apice politico di livello nazionale e arriva a coinvolgere in basso soggetti più infimi fino a tutta un'ala borderline tra destra fascista e criminali ex banda della magliana, testaccini, e sopratutto quello che non si dice coperture di buon livello anche dei apparati dei servizi e comunque un ambiente trasversale che ingloba gente del Pd e di altre formazioni politiche. Un gruppo del malaffare che ha messo in ginocchio la capitale economicamente.

Roma come metafora dell'intera Italia.

Su scala nazionale la politica italiana ha agito allo stesso modo assorbendo tutta la finanza pubblica e drenando anche i fondi destinati al funzionamento ed alla civiltà sociale dei servizi finanche quelli di primaria importanza.

Oggi leggiamo sui quotidiani una imbarazzante situazione tutta italiana, Galan Giancarlo Galan ex Governatore del veneto ed oggi presidente di una commissione parlamentare, quella che si occupa della cultura, si trova alle ristrettezze domiciliari a causa del suo coinvolgimento nell'inchiesta condotta sulla gestione del progetto MOSE legato al controllo dell'alta marea nella laguna di Venezia, un progetto mostruoso i cui effetti forse negativi li vedremo a progetto terminato; é stato sospettato di avere intascato mazzette annuali di 1.000.000 di euro, lui non ha atteso di essere giudicato nei tempi processuali ma si è avvalso della possibilità di patteggiare la pena per usufruire degli sconti, ma dobbiamo soffermarci necessariamente al tecnicismo contenuto in questo passaggio, non di poco conto;
se si patteggia la pena è necessario ammettere la colpa prima, dunque Galan prima di patteggiare la pena ha ammesso di essere colpevole di quanto sospettato dal tribunale, per altro il Parlamento aveva autorizzato i magistrati a procedere contro Galan, dunque nessun ostacolo questa volta da parte della politica alla magistratura;

Fin qui sembra abbastanza consequenziale la vicenda, ma l'intoppo giunge quando l'apparato burocratico deve prendere atto della gravità dei fatti evidenziati ed ammessi; se Galan ammette di avere rubato, per un fatto etico prima ancora che ontologico o legale deve essere estromesso d'ufficio da ogni carica istituzionale pubblica, sarebbe addirittura auspicabile l'interdizione perpetua da qualsiasi tipo di gestione pubblica; invece i politici che dovrebbero fare funzionare in questo modo la burocrazia fingono di non averne i poteri o di non averne le prerogative istituzionali individuando in altri le funzioni adeguate per agire ma senza coinvolgere questi preposti.

E' la forma più grave di auto protezionismo che la politica attua con una sfacciata finta purezza, quando lo afferma lo fa con la faccia di chi sta dalla parte dei giusti fingendo di dare garanzia agli italiani onesti che li ascoltano di stare operando al meglio a tutela dei loro diritti.


Infatti i quotidiani riportano le stucchevoli dichiarazioni delle alte cariche dello stato che con pilatesche affermazioni credono di agire correttamente in effetti dimostrano solo una sostanziosa faccia di bronzo.

Galan agli arresti, urge una norma che stabilisca per tutti coloro che son in stato di detenzione la sospensione immediata da ogni incarico pubblico, specie se l'incarico comporta decisioni di gestione di natura economica attraverso distribuzione di risorse pubbliche.
In subordine i giudici devono stabilire sempre per norma che urge scriverla, in fase di condanna rapida o nel normale corso che l'interdizione perpetua è una misura obbligatoria nei casi di malaffare, appropriazione indebita, distrazione di fondi pubblici, concussione, favori economici a gruppi di affari che abbiano come scopo o come fonte di approvvigionamento denaro pubblico  destinato apparentemente a realizzare servizi ed opere di utilità pubblica.

Comunque attendiamo fiduciosi, prima che finisca questo 2014, l'annuncio pubblico ufficiale del capo dello Stato delle sue imminenti dimissioni.
Attendiamo anche una maturità insperata della categoria politica, ma già questa è di più difficile concretizzazione, che non replichi lo schifoso teatrino già visto qualche mese fa quando seppe soltanto rieleggere Napolitano.

Urge un cambio di direzione netto e marcato, urge ritrovare la via della ricostruzione etica e sociale di questa Italia vittima di una guerra virtuale ma concretamente ridotta in macerie.
Sono in macerie l'economia, la produzione artigianale e industriale, il lavoro, il commercio, i servizi pubblici, la sanità pubblica, le istituzioni di prossimità quelle a più diretto intervento specifico sulle necessità concrete, addirittura a seguito di tutto questo disastro esteso anche l'esercizio sociale delle banche è in seria difficoltà.

Per contro le istituzioni e la politica non si preoccupano di trovare rimedi efficaci a questo cumulo di macerie degno dell'esito di un conflitto bellico, si preoccupano di barricarsi nelle istituzioni, modificando statuti e norme per eleggersi e rieleggersi tra di loro possibilmente senza più il consenso degli elettori; assistiamo così che invece di realizzare l'annunciata soppressione delle province, si agisce spostando il presidente della finta soppressa provincia a capo del consiglio regionale, il posto vacante della finta soppressa provincia siede il primo cittadino del capoluogo di provincia eletto per ricoprire questa carica da un ristretto gruppo composto da sindaci dei comuni della provincia senza i clamori della pubblicità mediatica senza manifesti elettorali o comizi senza l'occhio curioso dei cittadini sovrani, forse è un test per fare tastare il polso della sensibilità del popolo sovrano e la sua reazione all'usurpazione di sovranità, se non si osservano clamori e reazioni la politica può procedere senza indugio a sopprimere la sovranità degli italiani anche per la pratica elettorale del libero voto.

Avverrà probabilmente così anche con la finta soppressione del Senato nel quale una volta fintamente soppresso siederanno consiglieri regionali comunali provinciali e qualche politico ex senatore/ice e qualche ex parlamentare trombato in precedenza dagli italiani, insomma si va spediti verso una nuova forma monarchica, tramandata sempre il linea di sangue per lo più ma non per alto lignaggio aristocratico-religioso questa volta la monarchia sarà composta da legami di soldi ed interessi di malaffare diffuso, oltre che saccheggio e distruzione delle risorse naturali disponibili.

Insomma uno scenario politico pietoso e nauseabondo apocalittico che celebra lo stato avanzato di decomposizione del corpo politico istituzionale italiano e la definitiva uccisione della democrazia e della libertà.
Qualcuno semplificando dice: la democrazia è morta.
In effetti osservando questo scenario ci accorgiamo che la vera democrazia in realtà non è mai giunta ad essere pienamente compiuta, abbiamo creduto che lo fosse per quel tratto apparente in superficie che ci ha ingannati e persuasi che fosse democrazia, ma era un comodo compromesso a volte accettabile a volte dubbio.

Ogni tanto ci si chiede anche quando arriverà il momento di ribellarsi in qualche forma incisiva contro questo modo apparente di normalità che nasconde reali ingiustizie e disparità di dignità individuale contro ogni principio costituzionale.

Alcuni spiegano questa progressiva deriva di valori e di capacità come un piano di contrapposizione tra due fazioni in ambiente massonico internazionale, una specie di super regia occulta sovranazionale che decide ed agisce al di fuori da ogni convenzione e patto intergovernativo, a contrapporsi sarebbero due visioni opposte del mondo e del sistema organizzativo per gestirlo o dominarlo, alcuni scenari descritti ricomponendoli sotto questa speciale lente di osservazione in effetti acquistano una consistenza logica condivisibile.

Certo ad allargare troppo il campo di vedute su scenari troppo ampi porta in se un aumento di poca credibilità o dimostrazione autentica di quanto si afferma. Difficile riscontrare che quanto si cerca di legare con una logica empirica e poco dimostrabile possa in effetti non essere solo un elencazione di fatti già avvenuti magari realmente non legati tra loro che congiunti con spiegazioni suggestive assumono somiglianza a realtà.

E' un po la difficoltà che si ha a voler credere spesso alle rivelazioni di pentiti di mafia quando raccontano di intrecci tra criminalità e istituzioni o alte sfere della finanza, affreschi suggestivi apparentemente realistici ma che non hanno la sufficiente dose di autenticità e dimostrabilità senza alcun tema di smentita per assumere carattere di verità accertata.

il punto però resta sempre lo stesso: massoni, criminali, banchieri, finanzieri, lobbisti ecc per quanto tanti ed influenti o per l'alto tasso di azione o per l'alta capacità di influenza o di convincimento sono sempre in numero inferiore alla quantità numerica del popolo sovrano, dunque sarebbe il caso che il popolo sovrano riprendesse ad essere parte attiva in questa fase perché rischia di continuare a finanziare il suo stesso aguzzino.

Bisogna, anzi è assolutamente necessario che tutto il popolo sovrano agisca e si disponga in atteggiamento di preminenza sovrana, esautoriti la politica i partiti e i 'potentati' dall'assumere decisioni in suo nome senza informarli e stabilisca che nella libera e democratica Italia il popolo è sovrano e farà rispettare democraticamente il proprio diritto ad esercitare la sovranità, si troverà il modo di togliere a chiunque non voglia accettare questo esercizio di democrazia in perpetuo qualsiasi ulteriore possibilità di nascondere dietro l'esercizio del mandato fiduciario ricevuto dal popolo sovrano se questo non è stato espressamente deciso dal popolo sovrano e sancito con atti formali riconosciuto dal popolo sovrano.

Non so se sarà mai possibile

mercoledì 2 luglio 2014

Corte Costituzionale sentenza n° 1 anno 2014

Sentenza n° 1

2014

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Gaetano SILVESTRI; Giudici : Luigi MAZZELLA, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA


nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 4, comma 2, 59 e 83, comma 1, n. 5 e comma 2 del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), nel testo risultante dalla legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica); degli artt. 14, comma 1, e 17, commi 2 e 4, del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione del Senato della Repubblica), nel testo risultante dalla legge n. 270 del 2005, promosso dalla Corte di cassazione nel giudizio civile vertente tra Aldo Bozzi ed altri e la Presidenza del Consiglio dei ministri ed altro con ordinanza del 17 maggio 2013 iscritta al n. 144 del registro ordinanze 2013 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 25, prima serie speciale, dell’anno 2013.
Visto l’atto di costituzione di Aldo Bozzi ed altri;
udito nell’udienza pubblica del 3 dicembre 2013 il Giudice relatore Giuseppe Tesauro;
uditi gli avvocati Claudio Tani, Aldo Bozzi e Felice Carlo Besostri per Aldo Bozzi ed altri.

Ritenuto in fatto

1.– Con ordinanza del 17 maggio 2013, la Corte di cassazione ha sollevato questioni di legittimità costituzionale degli artt. 4, comma 2, 59 e 83, comma 1, n. 5, e comma 2, del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), nel testo in vigore con le modificazioni apportate dalla legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica), nonché degli artt. 14, comma 1, e 17, commi 2 e 4, del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione del Senato della Repubblica), nel testo in vigore con le modificazioni apportate dalla legge n. 270 del 2005, in riferimento agli artt. 3, 48, secondo comma, 49, 56, primo comma, 58, primo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, anche alla luce dell’art. 3, protocollo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 (di seguito, CEDU), ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952).
1.1.– Il rimettente premette di essere chiamato a pronunciarsi sul ricorso promosso nei confronti della sentenza della Corte d’appello di Milano, resa il 24 aprile 2012, con cui quest’ultima, confermando la sentenza di primo grado, aveva rigettato la domanda con la quale un cittadino elettore aveva chiesto che fosse accertato che il suo diritto di voto non aveva potuto e non può essere esercitato in coerenza con i principi costituzionali.
In particolare, la Corte di cassazione precisa che il suddetto cittadino elettore aveva convenuto in giudizio, dinanzi al Tribunale di Milano, la Presidenza del Consiglio dei ministri e il Ministero dell’interno, deducendo che nelle elezioni per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica svoltesi successivamente all’entrata in vigore della legge n. 270 del 2005 e, specificamente, in occasione delle elezioni del 2006 e del 2008, egli aveva potuto esercitare il diritto di voto secondo modalità configurate dalla predetta legge in senso contrario ai principi costituzionali del voto «personale ed eguale, libero e segreto» (art. 48, secondo comma, Cost.) ed «a suffragio universale e diretto» (artt. 56, primo comma e 58, primo comma, Cost.). Pertanto, chiedeva fosse dichiarato che il suo diritto di voto non aveva potuto e non può essere esercitato in modo libero e diretto, secondo le modalità previste e garantite dalla Costituzione e dal protocollo 1 della CEDU, e quindi chiedeva di ripristinarlo secondo modalità conformi alla legalità costituzionale. A tal fine eccepiva l’illegittimità costituzionale di svariate disposizioni delle leggi elettorali della Camera e del Senato. Il Tribunale di Milano, dinanzi al quale svolgevano interventi ad adiuvandum venticinque cittadini elettori, con sentenza del 18 aprile 2011, rigettava le eccezioni preliminari di inammissibilità per difetto di giurisdizione e insussistenza dell’interesse ad agire e, nel merito, respingeva le domande, giudicando manifestamente infondate le proposte eccezioni di illegittimità costituzionale. Avverso tale decisione veniva proposto appello che veniva, tuttavia, anche quanto alla fondatezza dell’eccezione di illegittimità costituzionale, respinto nel merito.
1.2.– In linea preliminare, la Corte di cassazione rileva, anzitutto, che sulla questione della sussistenza dell’interesse ad agire dei ricorrenti, ai sensi dell’art. 100 del codice di procedura civile, in specie sull’interesse dei predetti a proporre un’azione di accertamento della pienezza del proprio diritto di voto, quale diritto politico di rilevanza primaria, di cui sarebbe precluso l’esercizio in modo conforme alla Costituzione dalla legge n. 270 del 2005, si è formato il giudicato, considerato che i giudici di merito avevano respinto le relative eccezioni delle amministrazioni convenute in giudizio e che queste ultime non hanno proposto ricorso incidentale.
1.3.– Il rimettente afferma, inoltre, che anche sulla questione della giurisdizione si è formato il giudicato, non essendo stata più riproposta. Un’azione di accertamento di un diritto, d’altra parte, non avrebbe potuto che essere promossa dinanzi al giudice ordinario, giudice naturale dei diritti fondamentali, non interferendo in nessun modo con la giurisdizione riservata alle Camere, tramite le rispettive Giunte parlamentari (art. 66 Cost.), in tema di operazioni elettorali.
1.4.– Quanto, poi, alla rilevanza delle questioni di legittimità costituzionale proposte, la Corte di cassazione ne ravvisa la sussistenza sulla base della considerazione che l’accertamento della pienezza del diritto di voto non può avvenire se non all’esito del controllo di costituzionalità delle norme di cui alla legge n. 270 del 2005, da cui si ritiene derivi la lesione del predetto diritto.
1.5. – Ancora preliminarmente, il rimettente rileva, infine, che, nella specie, sussiste il necessario nesso di pregiudizialità delle questioni di legittimità costituzionale proposte rispetto al giudizio principale, posto che quest’ultimo deve essere definito con una sentenza che accerti la portata del diritto azionato e lo ripristini nella pienezza della sua espansione, anche se per il tramite della sentenza della Corte costituzionale. Il petitum del giudizio principale sarebbe, pertanto, separato e distinto rispetto a quello oggetto del giudizio di legittimità costituzionale. Peraltro, nei casi di leggi che, nel momento stesso in cui entrano in vigore, creano in maniera immediata restrizioni dei poteri o doveri in capo a determinati soggetti, i quali, pertanto, si trovano per ciò stesso già pregiudicati da esse, come nel caso in esame delle leggi elettorali, l’azione di accertamento rappresenterebbe l’unica strada percorribile per la tutela giurisdizionale di diritti fondamentali di cui, altrimenti, non sarebbe possibile una tutela efficace e diretta.
1.6.– Nel merito, la Corte di cassazione, in contrasto con quanto ritenuto dai giudici di merito, premette che l’assenza di una espressa base giuridica della materia elettorale nella Costituzione non autorizza a ritenere che la relativa disciplina non debba essere coerente con i conferenti principi sanciti dalla Costituzione ed in specie con il principio di eguaglianza inteso come principio di ragionevolezza, di cui all’art. 3 Cost., e con il vincolo del voto personale, eguale, libero e diretto (artt. 48, 56 e 58 Cost.), in linea, peraltro, con una consolidata tradizione costituzionale comune a molti Stati.
Né varrebbe ad escludere la possibilità di sollevare questioni di legittimità costituzionale delle leggi elettorali l’obiezione che, rientrando queste ultime nella categoria delle leggi costituzionalmente necessarie, non ne sarebbe possibile l’espunzione dall’ordinamento nemmeno in caso di illegittimità costituzionale, poiché, in tal modo, si finirebbe col tollerare la permanente vigenza di norme incostituzionali, di rilevanza essenziale per la vita democratica di un Paese. D’altra parte, la Corte di cassazione sottolinea che le questioni di legittimità costituzionale proposte non mirano «a far caducare l’intera legge n. 270/2005, né a sostituirla con un’altra eterogenea, impingendo nella discrezionalità del legislatore», ma solo a «ripristinare nella legge elettorale contenuti costituzionalmente obbligati, senza compromettere la permanente idoneità del sistema elettorale a garantire il rinnovo degli organi costituzionali». A tal proposito la Corte di cassazione sottolinea che «tale conclusione non è contraddetta né ostacolata dalla eventualità che si renda necessaria un’opera di mera cosmesi normativa e di ripulitura del testo per la presenza di frammenti normativi residui, che può essere realizzata dalla Corte costituzionale, avvalendosi dei suoi poteri (in specie di quelli di cui all’art. 27, ultima parte, della legge n. 87 del 1953) o dal legislatore in attuazione dei principi enunciati dalla stessa Corte».
1.7.– Tanto premesso, il rimettente censura anzitutto l’art. 83, comma 1, n. 5, e comma 2, del d.P.R. n. 361 del 1957, nella parte in cui prevede che l’Ufficio elettorale nazionale verifica «se la coalizione di liste o la singola lista che ha ottenuto il maggior numero di voti validi espressi abbia conseguito almeno 340 seggi» (comma 1, n. 5) e stabilisce che, in caso negativo, ad essa viene attribuito il numero di seggi necessario per raggiungere tale consistenza.
Tali disposizioni, non subordinando l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e, quindi, trasformando una maggioranza relativa di voti (potenzialmente anche molto modesta) in una maggioranza assoluta di seggi, determinerebbero irragionevolmente una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica.
Esse, inoltre, delineerebbero un meccanismo premiale manifestamente irragionevole, il quale, da un lato, incentivando il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio, si porrebbe in contraddizione con l’esigenza di assicurare la governabilità, stante la possibilità che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sciolga o uno o più partiti che ne facevano parte ne escano; dall’altro, provocherebbe una alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio sarebbe in grado di eleggere gli organi di garanzia che, tra l’altro, restano in carica per un tempo più lungo della legislatura.
La previsione dell’attribuzione del premio di maggioranza recata dalle predette disposizioni comprometterebbe poi l’eguaglianza del voto e cioè la «parità di condizione dei cittadini nel momento in cui il voto viene espresso», in violazione dell’art. 48, secondo comma, Cost., tenuto conto che la distorsione provocata dalla predetta attribuzione del premio costituirebbe non già un mero inconveniente di fatto, ma il risultato di un meccanismo irrazionale poiché normativamente programmato per tale esito.
1.8.– Analoghe censure sono, poi, rivolte all’art. 17, commi 2 e 4, del d.lgs. n. 533 del 1993, nella parte in cui prevede che l’Ufficio elettorale regionale verifica «se la coalizione di liste o la singola lista che ha ottenuto il maggior numero di voti validi espressi nell’àmbito della circoscrizione abbia conseguito almeno il 55 per cento dei seggi assegnati alla regione, con arrotondamento all’unità superiore» (comma 2) e che, in caso negativo, «l’ufficio elettorale regionale assegna alla coalizione di liste o alla singola lista che abbia ottenuto il maggior numero di voti un numero di seggi ulteriore necessario per raggiungere il 55 per cento dei seggi assegnati alla regione, con arrotondamento all’unità superiore» (comma 4).
Anche le predette disposizioni, infatti, nella parte in cui non subordinano l’attribuzione del premio di maggioranza su scala regionale al raggiungimento di una soglia minima di voti, sarebbero tali da determinare una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica.
Esse, inoltre, recherebbero un meccanismo intrinsecamente irrazionale, che di fatto finirebbe con contraddire lo scopo di assicurare la governabilità, in quanto, essendo il premio diverso per ogni Regione, il risultato sarebbe una sommatoria casuale dei premi regionali, che potrebbero finire per elidersi tra loro e addirittura rovesciare il risultato ottenuto dalle liste o coalizioni di liste su base nazionale, favorendo la formazione di maggioranze parlamentari non coincidenti, pur in presenza di una distribuzione del voto sostanzialmente omogenea tra i due rami del Parlamento, e compromettendo sia il funzionamento della forma di governo parlamentare, nella quale il Governo deve avere la fiducia delle due Camere (art. 94, primo comma, Cost.), sia l’esercizio della funzione legislativa, che l’art. 70 Cost. attribuisce alla Camera ed al Senato.
Un’ulteriore censura è, infine, prospettata con riferimento agli artt. 3 e 48, secondo comma, Cost., in quanto, posto che l’entità del premio, in favore della lista o coalizione che ha ottenuto più voti, varia da Regione a Regione ed è maggiore nelle Regioni più grandi e popolose, il peso del voto (che dovrebbe essere uguale e contare allo stesso modo ai fini della traduzione in seggi) sarebbe diverso a seconda della collocazione geografica dei cittadini elettori.
1.9.–Vengono, infine, censurati l’art. 4, comma 2, del d.P.R. n. 361 del 1957 e, in via consequenziale, l’art. 59, comma 1, del medesimo d.P.R., nonché l’art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 533 del 1993, nella parte in cui, rispettivamente, prevedono: l’art. 4, comma 2, del d.P.R. n. 361 del 1957, che «Ogni elettore dispone di un voto per la scelta della lista ai fini dell’attribuzione dei seggi in ragione proporzionale, da esprimere su un’unica scheda recante il contrassegno di ciascuna lista»; l’art. 59 del medesimo d.P.R. n. 361, che «Una scheda valida per la scelta della lista rappresenta un voto di lista»; nonché l’art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 533 del 1993, che «Il voto si esprime tracciando, con la matita, sulla scheda un solo segno, comunque apposto, sul rettangolo contenente il contrassegno della lista prescelta».
Tali disposizioni violerebbero gli artt. 56, primo comma, e 58, primo comma, Cost., che stabiliscono che il suffragio è «diretto» per l’elezione dei deputati e dei senatori; l’art. 48, secondo comma, Cost. che stabilisce che il voto è personale e libero; l’art. 117, primo comma, Cost. in relazione all’art. 3 del protocollo 1 della CEDU, che riconosce al popolo il diritto alla «scelta del corpo legislativo»; e l’art. 49 Cost. Esse, infatti, non consentendo all’elettore di esprimere alcuna preferenza, ma solo di scegliere una lista di partito, cui è rimessa la designazione dei candidati, renderebbero il voto sostanzialmente “indiretto”, posto che i partiti non possono sostituirsi al corpo elettorale e che l’art. 67 Cost. presuppone l’esistenza di un mandato conferito direttamente dagli elettori. Inoltre, sottraendo all’elettore la facoltà di scegliere l’eletto, farebbero sì che il voto non sia né libero, né personale.
2.– Nel giudizio innanzi alla Corte si sono costituiti i ricorrenti nel giudizio principale, i quali, nell’atto di costituzione e nella memoria depositata nell’imminenza dell’udienza pubblica, hanno chiesto che sia dichiarata l’illegittimità costituzionale delle norme censurate con l’ordinanza di rimessione; nonché che sia dichiarata l’illegittimità costituzionale, per relationem, anche dell’art. 83, commi 1, n. 3 e 6, del d.P.R. n. 361 del 1957 e dell’art. 16, comma 1, lettera b), n. 1 e n. 2, del d.lgs. n. 533 del 1993.
In particolare, con riguardo alle norme inerenti al premio di maggioranza, i ricorrenti ne sostengono l’irrazionalità, sulla scia di quanto già evidenziato dalla dottrina ed affermato dalla giurisprudenza costituzionale, in sede di sindacato di ammissibilità del referendum abrogativo (sentenze n. 15 e n. 16 del 2008 e n. 13 del 2012), proprio in relazione al fatto che le vigenti leggi elettorali attribuiscono un enorme premio di maggioranza alla lista che ha ottenuto anche un solo voto in più delle altre, senza prevedere il raggiungimento di una soglia minima di voti.
Quanto al voto di preferenza, i ricorrenti lamentano che l’esercizio di tale diritto sia stato illegittimamente soppresso dal legislatore del 2005, in contrasto con la Costituzione, che, all’art. 48, secondo comma, stabilisce che il voto è «personale ed eguale, libero e segreto» ed agli artt. 56, primo comma, e 58, primo comma, prevede che il voto deve avvenire «a suffragio universale e diretto», assicurando in tal modo che il voto sia espresso dalla persona che vota (elettorato attivo) e ricevuto direttamente dalla persona che si è candidata (elettorato passivo). Attribuendo rilevanza esclusiva all’ordine di inserimento dei candidati nella medesima lista, già deciso dagli organi di partito, ed eliminando ogni potere dell’elettore di incidere direttamente sulla composizione dell’Assemblea, la legge avrebbe trasformato le elezioni in un procedimento di mera ratifica dell’ordine di lista deciso dagli organi di partito, conferendo a costoro l’esclusivo potere non più di designazione di una serie di nomi da sottoporre singolarmente alla scelta diretta degli elettori, ma di nomina.
3.– All’udienza pubblica, le parti costituite nel giudizio hanno insistito per l’accoglimento delle conclusioni formulate nelle difese scritte.

Considerato in diritto

1.– La Corte di cassazione dubita della legittimità costituzionale di alcune disposizioni del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati) e del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione del Senato della Repubblica), nel testo risultante dalle modifiche apportate dalla legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica), relative all’attribuzione del premio di maggioranza su scala nazionale alla Camera e su scala regionale al Senato, nonché di quelle disposizioni che, disciplinando le modalità di espressione del voto come voto di lista, non consentono all’elettore di esprimere alcuna preferenza.
1.1.– In particolare, la Corte di cassazione censura, anzitutto, l’art. 83 del d.P.R. n. 361 del 1957, nella parte in cui dispone che l’Ufficio elettorale nazionale verifica «se la coalizione di liste o la singola lista che ha ottenuto il maggior numero di voti validi espressi abbia conseguito almeno 340 seggi» (comma 1, n. 5) e stabilisce che, in caso negativo, «ad essa viene ulteriormente attribuito il numero di seggi necessario per raggiungere tale consistenza» (comma 2).
Tali disposizioni violerebbero l’art. 3 Cost., congiuntamente agli artt. 1, secondo comma, e 67 Cost., in quanto, non subordinando l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e, quindi, trasformando una maggioranza relativa di voti, potenzialmente anche molto modesta, in una maggioranza assoluta di seggi, determinerebbero irragionevolmente una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica.
Esse, inoltre, avrebbero stabilito un meccanismo di attribuzione del premio manifestamente irragionevole, il quale, da un lato, sarebbe in contrasto con l’esigenza di assicurare la governabilità, in quanto incentiverebbe il raggiungimento di accordi tra le liste al solo fine di accedere al premio, senza scongiurare il rischio che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio possa sciogliersi, o uno o più partiti che ne facevano parte escano dalla stessa. (Se non addirittura che i singoli eletti possano uscire da un partito e formarne uno nuovo restando in Parlamento senza essere stato eletto sotto le nuove insegne di partito) Dall’altro, provocherebbe un’alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio sarebbe in grado di eleggere gli organi di garanzia che restano in carica per un tempo più lungo della legislatura.

lunedì 26 maggio 2014

26 febbraio 2014
Parte il I° governo Renzi, o III° governo Napolitano

Della partenza del primo governo Renzi si ricorderà il passaggio più importante, non il suo discorso, non i punti del suo programma di governo ma l'attimo in cui Enrico Letta va a salutare Pierluigi Bersani ritornato in aula dopo la convalescenza delle settimane precedenti.

Il gelo tra Letta e Renzi ma sopratutto il gelo tra Renzi e Bersani sono indice di un clima apparentemente interno al PD ma diffuso più ampiamente a tutto lo spettro compreso tra Montecitorio e Quirinale.

La prevaricazione a gamba tesa del Quirinale verso Montecitorio è chiara ormai da tempo ma Montecitorio non è vittima ma complice, perché permette per la propria incapacità oggettiva a governare al Quirinale di sostituirsi alla politica.

Il soccorso del Quirinale può essere tollerato sporadicamente in casi di assoluta emergenza, ma ora siamo al terzo intervento consecutivo e questo non sembra certo un momento di emergenza, o almeno non sembra giustificato definirlo di emergenza perché di governi ce ne sono stati quindi gli organi istituzionali atti a svolgere la funzione di governo non sono mancati.

Manca invece l'adeguatezza degli uomini politici alle attitudini gestionali necessarie per fare funzionare ogni settore operativo dello stato.

Il vizio nasce dalla selezione di questi uomini e dalle regole che disciplinano questa selezione.

Inoltre un elemento non trascurabile che si sostituisce spesso o sempre ai sani criteri di scelta è l'arricchimento personale dei singoli uomini politici.

Il vero scopo delle persone che mirano a diventare prima politici (meglio se parlamentari) poi magari ministri è di assicurarsi tutti i vantaggi economici diretti ed indiretti che derivano dalle cariche istituzionali e politiche.

La ricerca spasmodica della ricchezza materiale ha oscurato nell'operato dei politici il vero scopo per cui sono stati immaginati i partiti politici dopo la seconda guerra mondiale dagli uomini che hanno individuato nella forma della Repubblica Democratica il giusto compromesso per portare la nazione dalla rovina della guerra alla prosperità diffusa.

Da un'utopia imperialista inseguita dai signori della guerra si è passati ad un'altra utopia quella della conquista della democrazia nel senso italiano del termine.

I assaggi istituzionali per legittimare la democrazia furono compiuti e bene, ma solo inizialmente, dopo, con la creazione dei partiti politici e l'inseguimento delle ideologie si è continuato a coltivare modelli di contrapposizione ideologica che spesso però era uno scontrarsi allo stesso modo e le scelte di campo erano solo per simpatia ad uomini o a categorie di pensiero, tanto che anche dentro uno stesso partito nacquero correnti di pensiero autonome.

Ma mentre agli albori della repubblica democratica si affermava la diffusione del diritto di scelta per tutti, inizialmente riconosciuta solo ad una élite, dopo cinquant'anni si è giunti ad una fuga della politica dalla legittimazione di rappresentanza ottenuta con le preferenze degli elettori, il passaggio intermedio qualche decennio precedente era stato caratterizzato dalla massiccia disaffezione degli elettori alle attività della politica e si è concretizzata da un calo vertiginoso e costante del numero di elettori che esercitano il proprio diritto id scelta.

In sostanza la politica sta progressivamente allontanandosi dalla sua ragion d'essere iniziale, chi ha immaginato il sistema dei partiti politici ha pensato che questo soggetti dovessero in forma collettiva e rappresentativa di una più vasta comunità assolvere alla soluzione dei fabbisogni esistenziali degli italiani.


Ma nel tempo, complice la notevole facilità, la politica è diventata ingorda, di soldi e di opportunità che non attenevano all'etica alla moralità ed al mandato per cui era stata pensata.

Ovviamente tutto il tessuto produttivo economico e organizzativo è cresciuto con distorsioni anche normative per potere consentire queste disarmonie gestionali.

Renzi arriva oggi in uno scenario da campo post bellico, trova vaste aree devastate ed intere categorie di popolazione non più in grado di essere produttive in maniera autonoma.

Renzi trova oggi uno stato ingordo che succhia eccessivamente risorse economiche dalle famiglie e dalle categorie meno agiate, e lascia indisturbati tutti coloro che vivono agiatamente nelle categorie alte della società.

Renzi fino ad oggi ha fatto bei discorsi di parole, vedremo se queste parole erano solo l'annuncio di fatti conseguenti oppure se solo propaganda elettorale per preparare la sua futura candidatura nuovamente a presidente del consiglio.

Per diventare il presidente del governo Renzi II° però è obbligato a realizzare ciò che è in grado di realizzare, per gli italiani e non per la massoneria per suo padre per il padre di qualche sua ministra o per qualche cooperativa.

Renzi con il suo lesto colpo di mano si è aggiudicato tempo utile prima di arrivare alle prossime elezioni per farsi propaganda con le azioni che vorrà realizzare, questo è un enorme vantaggio rispetto a tutti gli altri aspiranti che non hanno avuto al stessa faccia tosta, non si stratta di ambizione Renzi ha messo i piedi in testa ai suoi capi partito e meraviglia ancora come tutta questa manovra sia stata possibile nel PD da dentro senza che abbia incontrato una seria opposizione, dunque il PD non ha alcun alibi valido, saranno ricordati come i fautori della loro disgrazia.

Certo Renzi si è appropriato con arroganza questo vantaggio, patrocinato dal Quirinale che ha avallato e appoggiato il pupillo.

Ma sul fronte Quirinale ci sarebbe molto da disquisire, a cominciare dallo stato di lucidità mentale di Giorgio Napolitano visto che ormai dopo il monito per potere uscire dall'anonimato ha scoperto una nuova forma di monarchia mascherata da democrazia parlamentare.

Napolitano ha capito che anche se non è il presidente del consiglio dei ministri (carica che non ha mani ricoperto formalmente in vita sua) può esserlo se la politica non è abbastanza forte ed organizzata.

Napolitano ha eletto gli ultimi tre governi, cioè con un solo voto favorevole quello di Napolitano ci siamo meritatati Monti Letta e Renzi.

La politica, preoccupatissima di perdere tutte le provvidenze monetarie si guarda bene da accusare Napolitano di eccesso di esercizio della funzione istituzionale, e si guarda bene da gridare alla crisi o di richiedere elezioni immediate, l'onda anomala agitata dal soffio di un Grillo ha preoccupato seriamente le istituzioni e non perché Grillo dice Vaffanculo o perché usa un linguaggio diretto che a volte sembra delirante ma perché attraverso Grillo si sono generate nuove forme di politica attiva che con poca organizzazione ma tanta volontà e tenacia riesce non ad intercettare soltanto il dissenso ma riesce attraverso un linguaggio universale a mettere in conversazione tutti gli italiani che poi votano e riescono in un sol colpo a portarlo al di sopra di tutti gli altri partiti politici tradizionali.

La politica partitica cristallizzata nelle istituzioni per ora si è difesa perché per ora hanno una legge che gli consente di proteggersi attraverso le convivenze di sussistenza forzate (le coalizioni) non avessero queste protezioni M5S sarebbe già da un anno il maggior partito politico italiano e forse avremmo in atto i primi segni di ripresa del Paese.

Gli ultimi due governi, creati da Napolitano, sono nati e morti per mano sua. Del governo Monti infatti non si è registrata una sfiducia con conseguente crisi di governo così come per Letta.

Eppure né Berlusconi né altri soggetti politici usi a urlare elezioni anticipate ad ogni starnuto oggi le chiedono.

Inoltre nessuno parla più di inciuci o di voltagabbana o di cambi di bandiera o casacca, eppure nel'ultimo governo Letta abbiamo assistito addirittura alla scissione dei due partiti (cosiddetti di maggioranza) che formavano il governo senza che nessuno, neanche Giorgio Napolitano sentisse la necessità di proclamare una crisi di governo e la convocazione di elezioni anticipate. Nessuno si scandalizza ma il voto degli italiani non è più rispettato, perché chi votò allora PD PdL o Scelta Civica oggi faticherebbe a trovare i nomi che votò allora su una ipotetica lista elettorale oggi.
PD si è scisso ha cambiato in maniera rocambolesca e forse tragicomica il segretario, il PdL non esiste più per volontà di Berlusconi che ha perso il controllo quando i suoi ministri non gli hanno più ubbidito ed è stato poi costretto a votare la fiducia a Letta contro la sua volontà, per ripicca a sciolto il partito.

Oggi questo PD Forza Italia nuova e Scelta Civica non sono quelli di due anni fa, Scelta Civica è un corpuscolo infinitesimale eppure sta al governo con ministri, nuova Forza Italia e Nuovo Centro Destra non si sono ancora mai presentati ad elezioni quindi formalmente non sono rappresentanti di nessuno, e Renzi non si è ancora mai candidato a elezioni capolista per proporsi come premier.
La politica di Giorgio Napolitano ha sovvertito tutte queste regole e qualcuno ancora vorrebbe sostenere che è tutto regolare.


E' evidente una crisi della politica ed una forte incertezza della politica di essere preferita dagli italiani ormai alla disperazione.

Ma se il punto debole sta nella selezione, atto iniziale di scelta delle persone più adeguate è da aggiungere che è di questi giorni, dopo un letargo di otto anni, il risveglio della Corte Costituzionale che esaminata la legge elettorale in vigore si è accorta che non rispetta alcuni principi fondamentali della Costituzione procedendo con la decadenza di quegli aspetti incostituzionali, esortando la politica a riscrivere quei pezzi di funzionamento della legge rispettando i criteri costituzionali.

La politica continua a fare finta di nulla, anzi, ha tentato in prima battuta di dire che la Corte si si è espressa ma il suo giudizio non è così importante poi all'uscita delle motivazioni hanno indietreggiato un po ma poi hanno scritto bozze di legge che riscrivono quei tratti cancellati dalla Corte allo stesso modo di come erano scritti prima della cancellazione.

E' evidente che la politica è in grave difficoltà, senza aiuti e stampelle non riesce a stare in piedi da sola, ma del resto non è una lacuna di questo ultimo periodo, ha incominciato a vacillare ai tempi delle inchieste sulle tangenti, questo dimostra che senza aiuti sostanziosi ancora da prima non era in grado di restare in piedi da sola.

Dunque se i padri costituenti avevano svolto un ottimo lavoro redigendo la Carta costituzionale, avrebbero dovuto compiere uno sforzo ulteriore per disciplinare bene i partiti e la politica.

E' questo che oggi manca all'Italia, una disciplina chiara e autorevole che sia rispettata da tutti, manca una scissione netta tra compiti che la politica deve assolvere e tornaconti economici, e manca un sistema sanzionatorio ferreo per chiunque utilizzi la politica per vantaggi personali di ogni tipo.

Oggi la politica è diventata una via privilegiata strettissima all'imbocco e poi sempre più ampia per i pochi fortunati che riescono a passare.
La politica non è più, o forse non lo è mai stata, il mezzo con cui ottenere efficienza e uguaglianza di dignità.