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giovedì 17 ottobre 2013

Affezione politica dei tartassati verso i tartassatori

Ascoltando il programma mattutino Prima pagina di Radio3 RAI, tra i ragionamenti dibattuti nella trasmissione c'è stato un passaggio in cui lo speaker o gli ascoltatori lamentavano insofferenza per le nuove tassazioni del governo Letta, mentre li ascoltavo riflettevo: tutti ci lamentiamo quando subiamo dai governi in carica nuove imposizioni che inevitabilmente crescono per capacità impositiva, nessuno però oggi ricorda che le persone a cui abbiamo manifestato allegramente il nostro favore ed entusiasmo elettorale sono le stesse che oggi ci impongono nuove tasse ovviamente più salate di quelle che sostituiscono.

Lamentarsi dell'operato degli eletti dopo averli mandati a governare appare addirittura ipocrita se visto dalla prospettiva degli eletti, perché in fase di convincimento dell'elettorato (campagna elettorale) essi avevano illustrato il loro programma da attuare dibattendo spesso pubblicamente le loro intenzioni.


Anche se le elezioni regolate dal Porcellum questo aspetto di pubblicità delle intenzioni programmatiche di governo hanno una valenza abbastanza relativa.

Allora riflettiamo bene sul meccanismo elettorale.


La 'truffa' a mio parere sta all'inizio del processo di scelta che dovrebbe garantire quanto prevede la Costituzione:


PRINCIPI FONDAMENTALI

Art. 1.
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

proprio perché il regolamento applicativo dei principi costituzionali pone uno sbarramento a monte alle libere scelte del popolo sovrano.

Anche tutto il seguente titolo IV sempre della parte I^ disciplina i rapporti politici.

Mi spiego meglio.
Il punto è che la Costituzione dispone le basi dei principi democratici ma non stabilisce il regolamento applicativo della democrazia per renderla operativa.

Il regolamento applicativo, la fase operativa, è disciplinato dalla legge operativa: la legge elettorale.

La legge elettorale però la scrivono e discutono i parlamentari, cioè le persone che beneficeranno delle libere scelte del popolo sovrano.

Dunque per garantire un altro principio costituzionale a tutela della garanzia gli scelti dal popolo sovrano non dovrebbero partecipare all'ideazione ed all'esecuzione dei meccanismi operativi che li investiranno.

E' una forma di conflitto di interessi, perché se scrive le regole lo stesso soggetto che poi utilizzerà quel criterio di selezione è evidente che le scriverà in  modo da favorire se stesso.
E' evidente che proprio nella fase esecutiva la democrazia si allontana dall'applicazione effettiva, per mano di soggetti riconosciuti ed individuati dalla Costituzione quali raccordo privilegiato tra il popolo sovrano e lo stato nel suo funzionamento operativo.

E' un passaggio delicato ma importantissimo; i padri costituendi vivendo la loro contemporaneità individuarono come visione avanzata della libertà la democrazia nella sua forma più nobile cioè quella che tutela i diritti individuali in quando esseri umani senza alcuna distinzione; immaginarono in quell'epoca storica e sulla base delle loro esperienze vissute nelle associazioni di persone intorno ad idee politiche la via salvifica per rendere pratica democratica il loro concetto di democrazia universale.

Sarebbe stata la strada più giusta se i partiti politici si fossero limitati a svolgere il loro compito di indirizzo democratico.

Ma per dare voce in Parlamento a più sentimenti popolari possibili, nell'ottica di garantire la pluralità popolare, si rischiava (non si sa con quanta coscienza) di percorrere il crinale della deriva ideologica che si solito allontana dalla democrazia e dal diffuso bene comune. 


Per effetto dell'ultima legge elettorale gli italiani non hanno scelto i candidati per conoscenza del valore della singola persona e sulla base di una comprovata capacità personale e professionale sostenuta dai fatti già realizzati ma sulla base di promesse di capacità tecniche da dimostrare con i fatti e molto più semplicemente perché inseriti nelle liste elettorali.
Una fiducia accordata senza basi concrete.

Altro problema è la formazione delle liste elettorali, che secondo quando si può desumere leggendo la Costituzione dovrebbero formarsi in conseguenza di dibattiti liberi e partecipati da chiunque voglia contribuire alla formazione dell'elenco di candidabili ed invece le liste elettorali sono nella maggior parte dei casi (o nella quasi totalità) formate da persone già stabili dentro i partiti politici e scritte nelle segreterie politiche senza reali dibattiti prodromici alla formazione delle liste.

Il 'vizio' tra la base democratica sancita dalla Costituzione, il principio basilare, e la sua piena applicazione attraverso la legge che dispone la sua fattiva operatività sta proprio nelle persone che la scrivono e poi la rendono operativa.

Se non è nota ai fiduciari l'effettiva capacità specifica dei fiduciati non può attuarsi pienamente il mandato fiduciario descritto nella Costituzione a garanzia della tutela dei diritti di tutti.

Il mandato fiduciario, o di rappresentanza, aveva un senso una giustificazione nel fatto che era necessario senza menomare la partecipazione di tutti (polis) l'agibilità operativa dello Stato, è impensabile infatti che in virtù dell'applicazione del sistema democratico tutti gli italiani potessero essere titolati a gestire indifferentemente l'operatività dello Stato.


La rappresentanza serviva nel principio immaginato sia a garantire l'operatività del funzionamento dello Stato che a dare più forza ad ogni singolo rappresentante in virtù del consenso ricevuto.

Altro problema si identifica nei pesi da affidare alle porzioni di popolo contenuto nei limiti regionali, regioni grandi e regioni piccolissime devono da un lato avere garantiti gli stessi diritti di rappresentatività dall'altro devono pesare in quota proporzionale rispetto alla proporzione percentuale della popolazione regionale rispetto alla percentuale nazionale.

Questo concetto di relatività già allontana un po dalla comprensione della garanzia democratica.

Per vari fattori, e più si va avanti creando l'impalcatura del 'sistema democratico' dello Stato più diventa meno comprensibile da che parte si configuri il vantaggio di avere una forma democratica di Stato.

Se non fosse ancora chiaro il concetto, la massima semplificazione del sistema elettorale può essere rappresentata dal così detto 'porcellum' cioè la legge elettorale scritta dall'allora ministro Roberto Calderoli che la definì lui stesso con un ghigno di soddisfazione una 'porcata'.

Perché l'estensore della legge elettorale la definisce porcata è facile da spiegare: per come è implementata la sua architettura di funzionamento garantisce solo l'ingovernabilità dell'Italia diminuisce la garanzia di rappresentatività attraverso una serie di provvedimenti che oggi sappiamo essere giudicati dalla Corte Costituzionale come illegittimi.

E' comprensibile altrettanto facilmente la ragione per cui Roberto Calderoli abbia agito il tale direzione, all'epoca la sub cultura leghista stava evolvendo in un filone di orgoglio 'padano' (quella regione ideale che i leghisti identificano in un lembo di territorio nazionale guarda caso il più ricco e produttivo ricadente tra Lombardia Veneto ed Emilia) e stava assaporando una discreta crescita dei consensi nazionali e quindi immaginava attraverso al legge elettorale di azzoppare i maggiori antagonisti e introdurre forme di premialità per la Lega nord.
Calderoli però non ha tenuto conto di un concetto fondamentale (essendo un medico evidentemente non ha una sufficiente base in materia legislativa) a cui l'estensione di una legge deve sempre attenersi e tenere conto nel suo funzionamento operativo: ciò che sancisce deve potere essere applicato a tutti i soggetti a cui si riferisce e disciplina (erga omnes).
Questo più un altro elemento fondamentale, il rapido mutamento della società e conseguentemente della politica nazionale, sono stati i principali fattori che hanno reso estremamente 'visibile' questi difetti del porcellum.

Da questo esempio possiamo dedurre che tutto parte dal 'vizio' iniziale del processo di scelta delle persone che dovranno gestire le scelte nazionali.

Oggi scegliamo i nostri virtuali rappresentanti a scatola chiusa, ogni nome sulle liste elettorali è nella migliore delle ipotesi una scommessa sulle proprie capacità future per gestire tutte le situazioni che bisogna risolvere. In alcuni casi sono nomi noti per non essersi distinti per buone capacità operative e se pur presenti nelle liste per una cattiva prassi dei partiti dovrebbero esclusi per effetto di mancanza di preferenze da parte degli elettori, ma purtroppo non avviene sempre.

Se invece di scegliere a scatola chiusa potessimo scegliere con maggiore cognizione, cioè immaginando di istituire per legge un 'periodo di prova' per gli eletti in cui questi devono dimostrare con i fatti di sapere rimettere in ordine il funzionamento dello stato (operativamente non più di sei mesi) pochi obiettivi facili da raggiungere e verificabili da tutti al mancato raggiungimento dell'obiettivo corrisponde automaticamente la decadenza dell'esecutivo e rielezioni, inoltre l'ineleggibilità per chi non ha dimostrato capacità operative è un punto fermo a mio parere, altro punto fermo l'incandidabilità dopo il primo mandato completo, un solo mandato poi si cambia entrano i nuovi.

Il meccanismo di gestione dello Stato non è utile se non è 
associato un sistema che trattenga le 'best practice' e le faccia diventare regole strutturali in modo da sganciare il funzionamento dello stato da avvicendamenti politici.

Questo permetterebbe all'organizzazione dello Stato di liberarsi innanzitutto della tirannia eccessiva degli organismi politici sulla gestione operativa, garantirebbe sicuramente se eseguita correttamente maggiore democraticità, ed in pochi anni credo risolverebbe anche gli annosi ed apparentemente irrisolvibili problemi generati da una spesa incontrollata che obbliga a continue manovre di rastrellamento di denaro dalle tasche degli italiani, che potrebbero fare diminuire davvero le tasse.

E' un processo lungo ma non impossibile, tutto deve però iniziare ponendo minore facilità di concedere fiducia a scatola chiusa ai nostri delegati, la delega deve tornare ad essere uno strumento serio e forte tutelato dalla libertà individuale garantita dalla costituzione quindi deve essere esercitata con coscienza e pienezza di consapevolezza delle capacità dei delegati.

Il nodo cruciale di cui in pochi provano a cimentarsi a riflettere a fondo è l'eccessiva presenza della politica partitica in troppi ambiti. La politica partitica, quella assurda e deleteria pratica italiana per cui tutto il sistema operativo nazionale deve essere strettamente imparentato con la partitica la quale deve dominare ogni singolo processo per trarne il massimo rendimento (in altri termini i partiti assorbono ingentissime porzioni di flussi finanziari altrimenti destinati a fasi operative le quali a causa della presenza illegittima dei partiti politici subiscono gravi attentati finanziari). La politica partitica è diventata una struttura molto simile alla piovra della criminalità organizzata, è pervasiva distrae ogni quieto funzionamento sociale ed istituzionale, distrae enormi quantità di risorse economiche dello Stato e di altri Enti o privati. Rispetto alla criminalità però la Politica partitica ha il blasone di essere un'entità legale con il potere di legiferare.

Questo se vogliamo è l'aspetto più grave, la distorsione massima del concetto di democrazia assurto a potere legislativo.

E' dimostrato che la politica partitica non è necessaria per fare funzionare i processi produttivi e gestionali di uno Stato, ed è dimostrato proprio dall'inefficienza della politica partitica.

Per trovare un rimedio efficace è necessario l'azzeramento totale della partecipazione dei partiti politici al funzionamento dello Stato, come mi suggerisce Antonio Di Pietro è necessario ma bisogna realizzarlo nel rispetto delle istituzioni e della Costituzione, ma è certo che non si può concedere più alla politica dei partiti prerogative reverenziali.

Bisogna ragionare su come realizzare la nuova architettura di funzionamento dello Stato democratico sulla base delle capacità specifiche dei singoli e non in base alle tessere di appartenenza o alle convinzioni ideologiche personali.

Anche le ideologie, specialmente quelle politiche, hanno dimostrato ampiamente tutta la loro debolezza negli ultimi due secoli.

Quindi bisogna restare più concreti sulle necessità e di meccanismi da attivare per ottenerle.

Questo implica certamente una forma di democrazia più partecipativa, la partecipazione attiva aumenta la sorveglianza sull'operato e garantisce maggiori benefici per tutti. Certo serve più impegno ma sarà una buona pratica per il beneficio di tutti.

Oggi siamo diventati più coscienti che poche oligarchie hanno gestito una finta democrazia, cioè un avallo al buio delle preferenze elettorali per poi usare questo consenso popolare 'viziato' per gestire il potere esecutivo secondo alcune convenienze oligarchiche che non corrispondono alla tutela degli interessi di tutti.

Sta a noi decidere cosa fare del nostro futuro, se non agiamo delegando disinteressati come se la delega appartenesse ai delegato e non a noi deleganti siamo gli artefici di questo aumentato potere delle oligarchie e spesso non sono neanche oligarchie qualificate.

Qui trovate il riferimento alla trasmissione radiofonica.

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